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03 ottobre RESPINGIMENTIPatria.
Dopo svariate vicende del destino si trovò finalmente all’estero. Si erano esauditi i lunghi sogni della fanciullezza, del tutto diversi da quelli che si era immaginata. Quel paese, fantasticato come una favola, era per lei una terra incompresa in cui perdeva l’una dopo l’altra le esaltate e boriose aspirazioni. Ormai lottava soltanto per sopravvivere. Le era del tutto indifferente dove la sorte la stava conducendo. Il fascino di quella terra si era spenta irrimediabilmente, oppressa e sfruttata bramava soltanto di tornare a casa. Tuttavia le cose andavano in modo diverso. Era evidentemente giunta ad un punto cruciale del suo cammino, ad una particolare svolta del suo destino. Arrabbiata con se stessa, decise di cambiare tutto. Cominciò dall’ambiente, poi modificò il look, infine iniziò a frequentare corsi di lingua italiana. La sua esistenza incominciava inaspettatamente a stabilizzarsi, aveva la sensazione di essersi inserita in una qualche corrente favorevole. Dovunque si rivolgeva, trovava una situazione che pareva fatta apposta per lei. Si trattava ovviamente di un’illusione, di una serie di circostanze che la conducevano di evento in evento. Qualsiasi lavoro stesse facendo, finalmente si stavano scoprendo le sue capacità. Piano piano entrò nelle società migliori, lei, che fino ad allora aveva vissuto nel mondo semiclandestino degli emarginati. Si rese conto subito che la sua fortuna era di quelle durature e solide. Tutto il suo passato ramingo e senza casa si staccò da lei per sempre. Un fatto più importante concluse e coronò quest’epoca di successo e fortuna. Dopo un breve esaltante fidanzamento si sposò e in pochi anni ebbe due splendidi figli. Il luogo in cui la sorte le concesse di trovare un approdo tranquillo era rinomato per la bellezza della montagna. Tra scogli altissimi, Haì, come aquila reale giunse a creare il suo nido. Istintiva e saggia stabilì legami profondi con tutti. Tenne stretta la sua fortuna e ogni alba silenziosa riapriva le ali sempre più ampie. Forte come una roccia scolpiva con tenacia il proprio destino, come suo marito che scolpiva la dura pietra nel buio ventre della montagna. Erano pochi cavatori nella zona che conoscevano i segreti della pietra ollare, pietra che richiede lavorazioni precise e faticose. Gigi, sapeva trasformare il “cuore” della pietra in recipienti sorprendentemente belli ed eleganti. Così, lavorati sapientemente sul tornio, nascevano i laveggi. Haì riscopriva i sapori e i profumi antichi della nuova patria. Era affascinata dalle usanze e tradizioni che sembravano dimenticate. Nei lavèc’ color montagna, cucinava con grande amore per la sua famiglia minestre, pappe, spezzatini e arrosti. Aveva imparato tutte le ricette antiche della zona e le ghiotte frittelle di mele catturavano i palati di tutti gli amici. Il tempo passava, i figli crescevano e Haì seguiva fedelmente il lavoro del marito che continuava da generazioni a portare avanti la scomparente tradizione. Di questo patrimonio sono rimaste solo, nascoste sotto mughi e fiori alpini, secolari cave con remotissimi segni dei laveggi. Tuttavia, insieme, avevano deciso di portare avanti questo mestiere antico. Gigi continuava a produrre laveggi e Haì, con disarmate disinvoltura eseguiva la cerchiatura, poiché da nessuna parte si riusciva a trovare gli stagnini. La rifinitura delle pentole era un compito molto difficile che nessuno voleva fare. Le piccole mani di Haì ritagliavano con fatica massicce strisce di rame, ma lei non si lamentava mai. Questo lavoro, anche se arduo, la faceva sentire utile, la faceva sentire parte della società. L’attività riprese vita. Il laboratorio era frequentato ogni giorno di più da innumerevoli clienti e turisti che con ammirazione osservavano Haì all’opera. Dietro le spalle, però, si sentivano alcuni commenti: “Questi cinesi vengono anche qua a rubarci lavoro.” Ma senza alcun rancore Haì offriva ai visitatori le pietanze locali rosolanti sul fuoco. Con un grembiulino da lavoro, i capelli raccolti in buffe codine, distribuiva generosamente gustosi pizzoccheri di Teglio. E non smetteva di raccontare la storia del Valmalenco e del “fascino” della pietra ollare, ma non mancava mai di ribadire un concetto che tanto le stava a cuore e che le serviva per sottolineare il suo attaccamento e radicamento a quella terra. “Suo figlio stava studiando per continuare il mestiere del padre, mentre sua figlia, assomigliandole in tutto, seguiva lo spirito materno”.
Daniela Karewicz |
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