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5月22日 Poesia vagabonda...Lieve respiro del vento Nel silenzio dell’alba
Si apre l’infinito.
Con i primi pizzi del sole
Daniela Karewicz 5月14日 Buddha e Cristo
Due maestri, un solo cuore.
Oggi c'è un gran bisogno di unità e di pace.
Nella vita e negli insegnamenti di Gesù Cristo e di Siddhartha il Buddha
si respira quella pace cui i nostri cuori aspirano.
Queste due grandi anime cercarono di portare tra gli uomini
lo spirito di fratellanza, l'amore e la pace
che loro stessi nutrivano per tutti gli esseri
e che esprimevano nelle loro relazioni.
Per questo motivo la loro vita può essere considerata il loro messaggio.
Essi si sacrificarono per aiutare gli altri a trovare la pace e l'amore
che loro stessi vivevano.
Rinunciarono agli attaccamenti e ad ogni sicurezza per il bene dell'umanità,
perché i loro cuori rispondevano a chi chiedeva pace e fratellanza.
Attirarono su di loro le inimicizie dei potenti,
ma pur essendo così grandi non si considerarono mai superiori a nessuno
e trattarono tutti con amore, gentilezza e compassione.
Ogni religione considera gli insegnamenti del Maestro e il Maestro stesso
come sua proprietà esclusiva.
La vita di tali Maestri sembra smentire questa pretesa
e il loro insegnamento non è inteso a favorire la creazione di divisioni
e contrapposizioni di forme, rituali e "credo".
Piuttosto sembra che le religioni siano nate,
attraverso queste divine personalità,
per migliorare la condizione umana
e che la molteplicità delle forme religiose
rifletta le differenti culture ed epoche in cui esse sono sorte.
D'altra parte, solo un dio limitato
potrebbe donare la sua grazia solo a chi professa una fede esclusiva.
5月11日 La madre.
La madre.
Mi alzai nuda dal mio sogno. Corsi senza fiato nel chiaro della luna sfiorando i prati. Silente ghiacciaio copriva le rocce. Dormivano una cima viola e argenteo gregge di pecore. Una campana suonava da lontano ...chi sei! ...cosa vuoi! ...dove vai! In quel sogno nero apparve, bianca, la madre. Il suo abbraccio caldo e persistente sento ancora.
Daniela Karewicz 5月10日 L'albero dalle sembianze umane.In un fiabesco luogo tra i monti sognanti, nel passaggio tra giorno e notte, sotto le lacrime del cielo turbato la vibrazione dei colori tra le nebbie basse a volte fa apparire un albero dalle sembianze umane.
Il suo corpo possente dotato di un’enorme forza che non trova sbocco mostra il forte carattere superbo, indipendente.
Il rugoso ovale del capo, cinto da una fascia legnosa si volge timido verso la vita inquieta, vigorosa, ribelle.
Nella selvaggia e tetra bellezza del volto penetrano i ritmi oscuri dello spirito afflitto, oppresso e sofferente.
Le braccia tragicamente stroncate, mostrano impotenti il dolore e la sua rassegnazione,
Le foglie tinte di colori scuri e spenti mormorano al vento tutta la sua tragica visione del mondo.
Daniela Karewicz 5月8日 Richiamo.5月4日 Miraggi.Affondolo sguardo nella vita e guardo i pensieri che altri hanno pensato …l’amore non amato …l’odio non odiato Spaventoso il silenzio dei cuori. Tutto tace intorno. E io mi trovo li in solitudine in mezzo a quel silenzio di perfidia.
Stanca della realtà fremo di fantasia. I sogni offuscano la mia mente ...mente ondeggiante che mi fa andare lontano. Affondo nei miraggi velati della loro bellezza.
Daniela Karewicz. 5月2日 Distance mailLa tua mano e la mia che non si sfiorano… mai. Il tuo sguardo e il mio che non si incontrano… mai. Il tuo pensiero e il mio che si cercano nel silenzio della parola.
Con semplice sfogo del cuore la tua mente e la mia si tingono di colori per affondare nella nostra spiritualità, per passeggiare sul limpido manto verde dell’anima in ascolto di noi stessi.
Daniela Karewicz 4月25日 Z cyklu "Wojenne legendy"Wojna i szlachetny las.
Opowieśc Tomasza Zielonki w opracowaniu poetyckim Danieli Karewicz
O smutny lesie co w niebiosa ranne ręce wznosisz, powiedz przecie, czemu krwawisz czemu płaczesz czemu gałęziami tłuczesz. Załkał las sędziwy zadrżał gąszczem liści zaszumiał łzawym gniewem. Potężnym grzmotem wstrząsającym ziemię baśń tę straszliwą opowie...
Pewnego ranka na jasną polanę srebrem brzóz okoloną stalą ukuci wrogi przybyli aby czarny dół w leśnej ziemi wyryć. Wsypali w niego udręczone kości dusz wołających o trwogę ... żydzi to byli z innymi jeńcami przez niemców usiekani.
Pewien człek ludzki uczciwy i prosty mogiłę tę musiał przysypać. Przez hitlerowców do grzebań zmuszony nie mogł się temu sprzeciwiać. W tej masie trupów przez męki porwanych ustrzegł dzieciątka żywego …skręcił sie z jękiem pochylił do ziemi ból z serca bezsilny wyniechał. Ukląkł omdlały czapkę w pierś ścisnął przeżegnał się i zapłakał.
Poszczuty psami podniósł się wolno wykuty jak z kamienia. Rzucił łopatę, rozkazów zaniechał …niechybną śmierć przywołał. O dziwie wielki, strzałów nie było! Wyroku nie wykonano. Cudem się to zdarzenie stało, które opowiem pomału: gdy w głuchym lęku odwracał się krzyżem, by los swój na zawsze zostawić
lok jego ciemny uniosły strachem lękiem się utkał białym. Dnia następnego na matkę przysiągł nie służyc więcej tym katom. Dniem w stajniach się skrywał nocą uciekał, w me silne łono gom przyjął. Tuliłem go liścmi poiłem rosą żywiłem słodką jagodą. Pieści mnie teraz gałązki przycina orzełki rzeźbi na grobach.
Daniela Karewicz Quando il dolore diventa fiaba.Fiabe di guerra...
Guerra.
E’arrivata rabbiosa con gli scarponi ferrati. Da gravido fumo avvolta, ammorbata d’odor di bruciato. Affamata. Di piaghe sul volto ornata, ...torturata. Così sola, di nessuno, un po’ cieca. Quieta e ribelle, fanatica, fastosa.
Un sussurrio pavido racconta...
Sparava dietro la nuca, i bambini con bastone colpiva. Seppelliva i vivi, un pezzo di pane e acqua ai dolenti offriva. Guariva ferite mortali, con la baionetta le vite finiva.
...di lei diceva: Strana. Incompresa. Mortale. Vitale.
Della seconda guerra mondiale ormai è stato raccontato tutto. Un’infinita quantità di testimonianze è raccolta negli scritti, sono state consumate chilometri di pellicole per riprodurre sulle scene, dialoghi e immagini sull’argomento. Sembra che ormai non ci sia più niente da dire, da ricordare, invece... Mio padre mi ha trasmesso le sue testimonianze che vorrei far conoscere attraverso quest’insolita cronaca. Mi sembra di sentire la sua voce calda e tenera quando, seduto al posto del capotavola ci guardava e continuava illustrarci le sue “avventure” di un reduce del campo di concentramento. Cerco di ricostruire gli scheggi del suo futuro. E’ doloroso. Ogni volta che ci penso, comincio ad avvertire una mano serrata che impugna il mio cuore. A volte, nelle lunghe serate invernali, sfogliavamo il vecchio album fotografico. Tutti questi silenziosi volti, così misteriosamente sbiaditi, i commenti, raccontavano la sua vita. L’ultima foto risaliva all’anno 1939. Ascoltando, guardando, ho costruito nella mia mente le sue vicende di quei tempi, che ora riemergono prepotenti dal buio dei ricordi. I fantasmi della sua gioventù spezzata, quelli che ogni sera, prima di dormire e ogni notte, in seguito ad improvvisi risvegli, lo hanno tormentato per molti anni della sua vita. A volte i suoi incubi ci svegliavano dai nostri sonni fantasiosi e puerili. Appena calmo, accendeva la sigaretta e tutti noi, i tre fratelli, uscivamo dalle nostre camerette e ci stringevamo attorno a lui nell’enorme letto. Tra una boccata e l’altra uscivano parole lente e quiete. Cominciava a raccontare... Queste erano le nostre fiabe. Non eravamo mai così uniti come in questi momenti. Così ci addormentavamo tutti insieme fortemente abbracciati e la mattina dopo andavamo a scuola come se niente fosse. A volte, però, in pausa, con il mio panino in mano, dopo i giochi o le corse appena fatte, mi assaliva una tristezza indicibile. Mi scorrevano davanti le immagini di un film mai visto. Vedevo le baracche grigie dall’aspetto angoscioso, con le porte socchiuse come a custodire segreti di pianti e urla. Vedevo strane costruzioni a ciminiera che riempivano l’aria di fumi grigi emananti un odore di morte...morte nell’odore acre, morte celata nella penombra. Sentivo il rumore secco delle ossa di migliaia di morti. Mi perseguitavano i volti gialli, ormai trasfigurati, con la bocca quasi serrata, bluastra, le guance svuotate con al centro un alone scuro, gli occhi, cerchiati da profonde occhiaie nere, chiusi e infossati, le braccia e le gambe esili, le mani martoriate dai lavori pesanti, le costole che quasi tagliavano la pelle di pergamena e i ventri scavati.
Marian, un giovane rampollo di una nobile famiglia polacca, appena 25 enne, romantico, sentimentale, sensibile, scrive poesie, suona il mandolino, si esibisce con successo nella chiesa parrocchiale. Statura media, capelli castani pettinati indietro, occhi grigioverdi. Aspetto piacente, lineamenti morbidi, espressione del viso dolce, sguardo melanconico. Non alza mai la voce, ha movimenti lenti, maniere aristocratiche, educazione perfetta. Da l’impressione d’essere sempre assente, spesso si allontana con i pensieri... Non riesce a finire gli studi, non gradisce di fare il cadetto nel ginnasio per il troppo rigore. Non avendo problemi economici conduce una vita abbastanza spensierata, aiuta il padre nell’andamento della tenuta, fa l’economo nell’ambito familiare. Vive nella villa di famiglia in un piccolo paese. Cresce circondato da parenti e amici altolocati in un’atmosfera intellettuale e con grande responsabilità verso la patria. Il nazionalismo è fondamentale nel suo ambiente e lascia un forte impronta nella sua formazione.
I gelidi venti di guerra sconvolgono il suo piccolo mondo. E’ la prima volta che vive qualcosa di così intenso, così reale... In lui si sviluppa la consapevolezza della minaccia, coinvolgendolo sempre di più. Infine entra a far parte del gruppo dei giovani ribelli, pronti a far qualcosa contro la guerra, più per l’avventura che per l’ideale. Con l’invasione dei tedeschi, in settembre, il terrore mette a soqquadro tutto la sua esistenza. Si perde, non sa che cosa fare, nessuno lo sa. Il paese è piombato nel caos completo. L’abitazione di famiglia è occupata subito e trasformata nella sede del governo tedesco. La famiglia è costretta a disperdersi e nascondersi. Ancora si ignora il reale pericolo. Tutti sono inesperti e la famiglia non pensa a far sparire i titoli nobiliari e i titoli di studio. Marian continua a stare nel movimento, la resistenza non si ferma. Qualche giorno dopo lo schiacciante inizio, i nazisti occupano il territorio. Una mattina tutti gli abitanti vengono radunati nella piazza del paese. Vengono letti i nomi di alcune persone da arrestare. Con l’aiuto di alcuni abitanti della zona, i soldati nazisti rintracciano cinque membri dell’organizzazione di Marian. A quei cinque viene detto che possono portare con sé solo un pacco con tutto quello che serve per una prigionia a tempo indeterminato, poi li allineano nella piazza ad aspettare il camion che li porterà via. I cinque ragazzi aspettano quel camion con i loro fagottelli in mano. Quando arriva, ne balzano fuori tre giovani nazisti in divisa grigioverde, s’inginocchiano al suolo a meno di due metri di distanza, puntano i mitra e investono i prigionieri con una raffica di pallottole. Il giorno dopo il capo dei nazisti ricompare nel paese, questa volta per arrestare cinque abitanti a caso. Mentre aspettano la fucilazione, viene detto che questa è la punizione perché qualcuno ha tirato delle pietre sugli autocarri tedeschi in un atto di sabotaggio.
Un altro giorno ancora viene ripetuta la fucilazione di altri cinque cittadini a caso. Al terzo giorno viene appeso sulla porta della chiesa un elenco di centosettanta nomi con la spiegazione che questa è la lista degli ostaggi che sarebbero stati fucilati se un polacco della zona avesse commesso un atto di aggressione o di sabotaggio. Per fortuna il crudele nazista viene trasferito per incutere terrore altrove. Il suo posto viene preso da un nazista di carattere molto diverso. Non è un uomo malvagio né sadico, esegue gli ordini. Disprezza gli ebrei, a volte si chiede se facessero parte della razza umana: sospettava di no. Ha l’incarico di governare diversi paesi nella zona. E’ abile a prevedere quanto poteva accadere e decisissimo ad impedirlo, se minacciava la sicurezza del Terzo Reich. Il suo compito è applicare senza pietà ogni misura ragionevole per tenere sotto controllo la situazione locale. La Polonia tradizionale deve sparire. Il polacco non deve godere di nessun diritto. Il suo unico dovere è di obbedire. Obiettivo primario è eliminare tutti i politici, nobili, studiosi, preti, capi fomentatori. Ogni traccia di cultura polacca deve essere cancellata. I polacchi con aspetto nordico devono essere portati in Germania per lavorare nelle fabbriche. I bambini d’aspetto nordico, tolti ai loro genitori e allevati come operai tedeschi. Il resto? Lavorerà! Mangerà poco! E alla fine morirà! Non esisterà mai più una Polonia. Per il momento, per contribuire a nutrire i soldati tedeschi, i contadini vengono lasciati nei campi.
Il primo inverno sotto occupazione è molto duro. Scarseggiano il cibo ed il carbone per riscaldare le case, Marian vive presso una famiglia borghese del suo paese. Il denaro che gli passano i genitori, serve per mantenere lui e anche chi lo nasconde. La sua posizione è grave, perché nobile, perché inteligent, perché politicamente attivo. Fino ad ora è fortunato. Un giorno, però, in una fredda mattinata del febbraio, tradito da un suo vicino che si è venduto ai tedeschi, viene brutalmente preso e caricato su un camion senza nessun preavviso. Negli edifici del suo vecchio ginnasio la Gestapo ha ricavato le celle e le stanze dove si tengono gli interrogatori. Spinto attraverso la porticina viene accolto da un funzionario con una bastonata sulla testa e trascinato in una cella. Prima di mezzogiorno, tirato fuori e trascinato da due guardie che lo prendono a botte e calci, lo portano alla cella degli interrogatori. Tra altre bastonate e schiaffi, infine svenne. Dei trecentosettanta prigionieri interrogati durante quel periodo, centonovanta muoiono. Di ognuno la Gestapo annota che è morto di tubercolosi polmonare. Marian sopravvive a tre giorni di torture ed ha la fortuna di arrivare al processo, processo grottesco, come tutti gli altri. Stordito e stremato non ha la forza di capire le accuse. Accuse tutte inventate e false. I verdetti arrivano in fretta... spesso si decide la pena di morte, ma quelli più forti, più nutriti, vengono assegnati ai lavori. Ai tedeschi serve mano d’opera per costruire i campi di concentramento. Quando il processo termina, un nuovo gruppo di guardie lo conduce fuori. Lì, in un cortile sono nell’attesa, altri duecento prigionieri. Formano una gigantesca squadra pronta ai lavori particolari. A tutti è stato distribuito cibo, acqua e coperte. In fila escono e con passo abbastanza veloce vengono condotti verso la stazione. Chi cade e non riesce ad alzarsi è ucciso con un colpo di pistola e abbandonato sulla strada. Qualcuno domanda: “Dove stiamo andando?” Per la prima volta Marian ode la parola Auschwitz: “che cosa è? “. Nessuno in famiglia sa che cosa gli è successo. E’ scomparso nel nulla.
“Nei pressi del villaggio polacco di Oswięcim fu individuato un vasto terreno demaniale che circondava una caserma d'artiglieria in disuso. Questo complesso di 32 edifici poteva costituire il nucleo ideale per l'installazione del Lager. Visti i piani e sentiti i pareri degli esperti decisero di costruire un campo della capacità di almeno 100.000 persone, al quale fu dato il nome, in tedesco, di Auschwitz.”
Alla stazione, tutti vengono spinti nei vagoni merci. Appena sistemati, stretti e scomodi sentono il treno muoversi. Marian, come tanti altri si accascia e cade in una specie di letargo. Vuole dormire, vivere, morire... Una volta arrivati, sono di nuovo allineati, contati e condotti fuori città, per circa un chilometro, alle vecchie caserme di artiglieria. I prigionieri dichiarati abili al lavoro vengono mandati negli edifici dei bagni, dove devono anzitutto consegnare biancheria ed abiti civili, gioielli e documenti d'identità. Possono conservare solo un fazzoletto di stoffa e la cintura dei pantaloni. Poi vengono registrati. Una voce abbaia: “sai guidare?”, “che lavoro sai fare?”, “sai tedesco?” Marian alza lo sguardo e i suoi occhi, per un attimo, si incrociano con quelli del nazista. Non aveva mai visto un colore come quello. Cielo d’inverno, lago ghiacciato. “Si”, risponde, “so tedesco”.
Tutti i prigionieri vengono condotti fuori nella “zona cibo” dove, con rigorosa puntualità, ricevono come nutrimento per tutta la giornata una scodella di zuppa acquosa, senza carne né grassi e solo un pezzo di pane nero. A crepuscolo calato, raggiungono i loro alloggi. Insieme con gli altri, anche Marian entra in uno stanzone enorme. Delle incastellature di legno a due piani si allungano all’infinito su due file. Attendono che venga loro assegnato un posto per dormire, mentre qualcuno consegna le coperte. Non dimenticherà mai quella notte, la prima notte nel campo, una notte che durerà sei lunghi mesi. Quella infinita notte sperimenta non solo il dolore fisico provocato dalle bastonature, ma è divorato dalla fame in modo insopportabile. L’indomani, alle sei del mattino, all’appello, Marian viene chiamato a tradurre. Viene spiegato che questo è un complesso per l’installazione del lager. Qui deve essere avviata la costruzione delle officine e dei depositi. Alla fine vengono costituiti i gruppi ai quali vengono assegnati i lavori. Passano settimane e poi, un giorno gli affidano un incarico di supervisore del flusso di materiali che entrano ed escono dal campo. Svolgendo quel compito, un pomeriggio trova sul pavimento un documento dall’aria importante. Capisce subito che non dovrebbe leggerlo, ma, senza attirare l’attenzione, si china, lo raccoglie e lo nasconde nei calzoni. Correndo un rischio mortale porta quel pezzo di carta nella baracca. Comprende, leggendo, che alla fine della costruzione del Lager i testimoni dovranno essere mandati via. Mandati dove? Da nessuna parte c’era scritta la destinazione!!! Capisce che tutti i prigionieri sono destinati allo sterminio. Il giorno dopo riporta il foglio e lo ripone sul pavimento. Nelle sue mansioni di assistere il comandante, si guarda intorno e ascolta. Passa tutte le notizie ad un suo vicino di letto, un robusto contadino polacco, catturato insieme con altri partigiani che si nascondevano nei boschi. E’ la prima volta che Marian rapporti con qualcuno che non è della sua stessa classe sociale. Josef parla un polacco impreciso, ha maniere volgari, sa appena leggere. Ma ha il senso della giustizia, lotta per la patria, ama la sua terra e la sua famiglia. Proviene da un piccolo villaggio nel centro della Polonia. Qui, nel campo, sono uguali; non esistono più differenze sociali. Patiscono fame, freddo, prendono frustate o calci. Soffrono insieme e si aiutano a vicenda.
Morte
Dopo le settimane la loro baracca si satura di morte. La morte è lì, nascosta in un angolo. Quando si siede al bordo di qualche branda, si chiama i gendarmi. Mandati fuori, tutti si avviano senza proteste verso la porta, non dopo aver dedicato uno sguardo a quel volto immobile, giallo, ormai trasfigurato. Il giaciglio accoglie in un abbraccio di coperta scura e logora un corpo completamente abbandonato. La morte, come un fumo sottile, lascia la branda. Si impadronisce di ciò che resta, si insinua nelle fessure delle porta e si allontana da quel posto sfiorando col suo lungo velo i pensieri di tutti. Una misera carovana dell’ultimo cammino avanza verso un fosso... su una larga tavola, una vita. Gli occhi, appena socchiusi, forse, riflettono l’ultima visione...un campo fiorito dei papaveri, e là...sarà casa, sarà figlio, sarà grano. Alcuni prigionieri sostano accanto ai muri, in disparte, come se volessero, restando ai margini dell’accaduto, restare anche ai margini della morte. Qualcuno, però, fermo e indifferente, non teme questa vicinanza, forse perché conscio di essere più lontano dalla vita che dalla fine, osserva con gli occhi smarriti quella scena muta, non osando fare commenti. Lungo i viali del lager, le finestre restano chiuse, ma solo apparentemente. Si indovinano i volti, più che a vederli, che rientrano subito. Di paura. Si spia la morte da lontano, come se si temesse, uscendo, di poterne in qualche modo divenirne parte, esserne preda
Arriva la primavera e Marian viene mandato con gli altri fuori dal lager a lavorare i campi, spaccare le pietre del fiume, costruire strade e raccordi ferroviari.
Fuga
Il cielo, di un azzurro spudorato, dava lo sfondo al verde sbiadito del boschetto vicino. I dorati campi ondeggiavano nella silenziosa danza, senza musica. Uno strano convoglio, tetro e dolorante, attraversava la sterrata strada orlata d’appassiti cespugli. Marian conosceva bene il precorso del terrore, conosceva bene le abitudini dei sorveglianti che dopo i mesi di routine abbassarono le guardie. A volte sembravano anche loro i prigionieri. Si sono appiattiti, non erano più aggressivi come all’inizio. A volte sembravano quasi umani. A Marian accarezzava da qualche tempo un folle idea della fuga e forse arrivato il momento, ora, subito, a realizzarla... insieme con gli altri si lamentò di mal di pancia. La dissenteria era il male frequente e nel caso di necessità si levava le catene dai polsi. I boia hanno deciso il momento di sosta è così nel punto dove il grano era più fitto, più alto e più ricco, Marian si accucciò e strisciando sulle ginocchia si allontanò velocemente per dileguarsi nel nulla.
Non sentiva nessun inseguimento, si muoveva come un lupo, agiva d’istinto, camminava veloce, silenzioso, senza sosta. Raggiunse il ruscello e si immerse per far perdere le tracce ai cani. La dove l’acqua era più profonda, nuotava. Dopo infinite ore di cammino, stremato, si avvicinò alle stalle e ai fienili di una fattoria, rubò vecchi stracci, più sacchi di juta che vestiti, fece i buchi per le braccia e la testa. Strappò i pantaloni e la giacca dallo spaventapasseri, rimediò anche il capello di paglia. Nel fienile trovò qualche uovo, ortaggi e frutta. Dormì tutto il giorno in una fossa, coperto di fogliame, lontano dalle abitazioni. Aspettava la notte. Da lontano sentiva gli spari, il cielo disturbato dagli aerei. Studiò il percorso guardando le stelle. Prese il punto della situazione e si allontanò velocemente verso la direzione giusta, a volte camminando lungo i binari. Delle volte riuscì ad aggrapparsi a qualche lento convoglio. Fece un'altra sosta cercando sempre qualche granaio o stalla, bevendo latte addirittura dalla mammella di una capra o di una mucca e raccogliendo negli orti qualcosa da mangiare. Da lontano intravedeva le minacciose jeep, ma i cari cespugli e l’amato grano lo proteggevano... E’ cosi, alla fine, arrivò nel sospirato villaggio. Aspettò nel bosco vicino, e a notte fonda bussò delicatamente alla finestra sul dietro della casa. All’ improvviso una mano lo afferrò alle spalle e lo spinse verso la porticina della cantina. Era salvo.
Per primo gli fecero il bagno. La bacinella di semplice latta splendeva d’oro e il volgare sapone emetteva profumo. Era coperto di pidocchi e piaghe. Lo rasarono del tutto e lo spalmarono con strani unguenti. Un pezzo di pane profumato di letizia, una scodella di candida ricotta che sapeva di gioia, alla fine un bicchiere di vodka d’allegria...e si svegliò dopo un paio di giorni.
Lo aspettavano già i documenti falsi, una brocca d’acqua fresca di pozzo, sulla stuba, nel pentolone di coccio rossastro, fumava la borsh. Un paradiso! Il posto era tranquillo, silenzioso, quasi dimenticato da Dio. La guerra non esisteva. Incantato esce fuori. Davanti agli occhi si stendeva la campagna, una campagna incontaminata con le casupole di legno, imbiancate, coperte di paglia. Dal camino di ciascuna usciva un filo di fumo. Erano collocate lungo la strada e dietro di loro, i gialli campi promettevano un buon raccolto. Non lontano, all’incrocio, di fronte al suggestivo bosco, si alzava un impotente muro con un enorme e fiabesco cancello di ferro battuto. Dentro il recinto, come ha saputo dopo, si trovava la villa padronale trasformata in una postazione tedesca. Tornò a casa e per caso gettò lo sguardo nel grande specchio dell’armadio. Chi è? Vide uno spettro! Il corpo, magrissimo, si indovinava più che vederlo, sotto il camice bianco. Dall’apertura davanti si intravedevano le costole appena coperte di pelle sottile e gialla. Il cranio rasato, il volto di cera, le guance scavate coperte di piaghe e gli occhi...occhi enormi di un grigio – verde, luccicanti di febbre , di dolore, di sofferenza per gli altri, di paura, di terrore... Prese la testa tra le mani sbucciate, di color viola per i lividi, si accasciò lungo la parete in un angolo, rannicchiato come un piccolo animale pieno di paura. Piangeva piano, come un bambino senza speranza e senza far rumore. Due rivoli scendevano silenziosi lungo le guance.
Daniela Karewicz 4月23日 L'abbandonoLa perla del tuo ricordo nella conchiglia del mio cuore ho posto. Teneramente custodita nella notte dei fragili pensieri si schiude per farsi cullare nella memoria per brillare nella melanconica lacrima della nostalgia.
La perla del tuo ricordo nella conchiglia del mio cuore posta mai abbandono.
Daniela Karewicz 4月22日 Vorrei guardarti dormire...Vorrei guardarti dormire entrare nei tuoi sogni per arrivare insieme alla tua più grande paura, rannicchiarmi accanto a te sussurrati una parola che ti difenda dalle ombre oscure, confortarti nella gelida notte e sfiorare il tuo respiro farlo entrare in me per poterlo scaldare… Guidarti mentre sali i gradini dell’arcobaleno per aiutarti a cambiare i colori dei tuoi sogni.
Vorrei guardarti dormire…
Daniela Karewicz 4月20日 Vieni con me...4月17日 Danza della farfalla4月16日 Sono dentro di me4月14日 Il desiderio dell'ignotoAscolto emozioni inebrianti ...mi portano allo stordimento dei sensi. Ineffabili immagini dell’ignoto sfuggono lasciando il desiderio di afferrare incanti. Le sfioro col respiro le faccio entrare in me. Mi ascolto...
Daniela Karewicz 4月12日 E' nata l'Arte4月10日 Bouquet d'Arte
Canto poesia di un fiore con bouquet di parole. Mormoro ai boccioli delicati dolcissime rime. Con teneri baci schiudo petali di passione inebriati ...gridano versi di fulvo infuocati. E quando fior di parola lambisce pennello velato trae rilievi scalpello sboccia nell’anima l’arte scarlatta esplode poema del cuore.
Daniela Karewicz
4月8日 Tela bianca - Na sztaludze
...bianca tela stesa mi attrae con fantasiosa promessa. Chiudo gli occhi sognanti… si dipingono nella mente paesaggi ondulanti volti evanescenti. linee folli. Il battito del cuore modella sinuosità del corpo il velo nostalgico dei pastelli adagia i merletti dell’ira celata picchietta. Corre il pennello gioioso dietro il colore dei pensieri. Affina l’immagine.
Apro gli occhi sognanti… bianca tela stesa mi attrae con fantasiosa promessa.
Daniela Karewicz
Na sztaludze
Na sztaludze białe płótno kusi,
czarowną fantazję obiecuje.
Oczy rozmarzone zamykam...
W rozpasanej wyobraźni
mgliste lica tęsknią
błędne linie pląsają
wichrem pejzaże falują.
Poryw szalonej ekstazy
kształty powabne maluje
gniew ukryty furią barwi.
smętnym oparem widoki snuje.
Goni
pędzel radosny za myśli kolorem
obraz pieszczotami uwieńcza.
Oczy rozmarzone otwieram...
Na sztaludze białe płótno kusi,
czarowną fantazję obiecuje.
Daniela Karewicz
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