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日志


11月7日

Mur

listopad 09

 

Mur Berliński.

 

W czasie nieustających problemów  w Polsce

w latach osiemdziesiętych znalazłam się przypadkowo w Berlinie Wschodnim.

Podczas tego pobytu postanowiłam dotrzeć do muru.

Właśnie na tyłach tego rozległego parku po raz pierwszy go ujrzałam.

Kolczaste akacje gnące się w  nieskończonej pustce alei,

potrząsały bezsilnie swymi liśćmi  w lekkiej bryzie  żółtego południa.

Park podzielony był jakgdyby na dwie części, każda o innej specyfice.

Po jednej stronie był przestronny

i wznosił do nieba swą delikatną i aksamitną zieleń,

po drugiej, idąc w głąb,

 zamieniał się stopniowo w mroczny i ponury cień.

Tam nie było już ogrodu,

 tylko paroksyzm szaleństwa, obłąkany wybuch furi.

Tam znajdował się mur.

Pokryty czernią, wzdęty strachem,

był haniebnym symbolem tyranii.

Któż mógłby stworzyć tak nikczemną ideę?

 

Człowieku!

Przekraczając progi

twej nieskończonej doskonałości

złudzenia rozproszyły się

czar znikł

a ja znalazłam się wśród

zdewastowanej

i niezmiernej

pustki.

 

Maska szarości malowała moje oblicze.

Snułam się, obserwując wszystko dookoła.

Grupka smutnych dzieci okupowała odrapaną i rozwalającą się ławkę.

Twarze przechodniów odzwierciadlały

niezadowolenie, rozczarowanie i frustrację.  

Zjednoczeni w cichym pragnieniu przekroczenia muru,

patrzyliśmy wszyscy na tę „strefę śmierci”, która dzieliła cały świat.

 

Skrwawione serca

zniszczone istnienia

rozdarte dusze

zabite myśli.

 

Ocean zła zalewa ziemię

zbrodnie władają ludzkością.

Zbyt wiele krzywd się wyrządziło

Basta wrogości!

 

Co ukrywało się za tą niepojętą konstrukcją,

tak bardzo wysoką i ciągnącą się bez końca?

Zaczęłam marzyć.

Wyobrażałam sobie po tamtej stronie zaczarowany raj.

Chciałabym zrealizować tam swoje najśmielsze pragnienienia.

Chciałabym znaleźć się w obfitych ogrodach świata

by kosztować owoce wszystkich drzew.

Chciałabym stąpać po kwiecistych ścieżkach

fascynującego świata kolorów.

Chciałabym ulecieć niby ten liść...

 

Niby ten liść

krążę bez wytchnienia

za nieosiągalnym goniąc

...wciąż... jeszcze... nadal

nieustannie.

Szybuję nad nieskończonością

wszelkich granic pozbawiona.

Bezmiar mnie zachwyca.

Przestrzeń mnie olśniewa.

Zatracona w bezkresach

mojej samotności

zachowuję z dumą

niezależność.

 

Uskrzydlona Wszystkim

kreślę  w przestworzach

niekończący się szlak wolności.

 

Daniela Karewicz

Muro

ottobre ’09

 

Il muro di Berlino.

 

Dopo svariate vicende in Polonia

negli anni ottanta mi trovai a Berlino Est

con la ferma intenzione di arrivare davanti a quel muro.

E fu entrando in un vasto parco

che per la prima volta lo vidi.

Acacie spinose, cresciute nel vuoto dei viali,

scrollavano il loro fogliame chiaro

nella leggera brezza del giallo meriggio.

Quel parco aveva zone e climi diversi;

da un lato era aperto e dispiegava al cielo

 il verde più tenero, soffice e delicato,

 dall’altro, man mano che si addentrava

in una delle sue lunghe ramificazioni,

 sprofondava nell’ombra oscura.

Laggiù non era più un giardino,

era solo parossismo di follia, un’espressione di furia.

 Ed il muro era lì.

Avvolto in un manto tenebroso, gonfio di paura,

era un simbolo vergognoso della tirannia.

Chi mai avrebbe potuto ideare un concetto così ignobile!?

 

Uomo!

Varcando la soglia

del tuo immenso perfetto

le illusioni crollarono

l’incantesimo svanì

e io mi trovai

in mezzo

ad un devastante

e smisurato

vuoto...

 

Una maschera di grigiore dipingeva il mio viso.

Continuai a camminare ed osservare.

Un gruppetto di cenciosi ragazzini

 assediava una panchina sverniciata e disfatta.

I passanti sprofondati nella tristezza

portavano sul viso l’impronta

di una mal sopportata rassegnazione.

Uniti nel muto desiderio di scavalcare il muro,

 tutti noi, stavamo fissando quella “striscia della morte”

che divideva in due la terra e il corpo stesso.

 

I cuori spaccati.

Le vite offese.

I sentimenti rotti.

Le anime uccise.

L’oceano del male inonda il mondo

i crimini guidano le genti.

Troppo male è stato fatto.

Basta con l’odio!

 

Cosa si nascondeva dietro quella costruzione impenetrabile,

tanto alta e lunga senza fine?

Cominciai a fantasticare.

Immaginavo di trovare al di là un paradiso incantato.

Dietro quel muro avrei voluto realizzare

 le mie più esaltate e boriose aspirazioni.

Avrei voluto assaggiare

 i frutti di tutti gli alberi del giardino del mondo.

Avrei voluto andare

per sentieri fioriti nello stupendo mondo dei colori.

Avrei voluto volare come una piuma...

 

Come una piuma

svolazzo senza sosta

inseguendo l’oltre,

sempre più in là

più in là...oltre...ancora.

Sorvolo l’infinito

senza pormi confini.

Dell’ampio mi soddisfo.

Del vasto mi compiaccio.

Dispersa nell’immane

conservo con vanto

l’indipendenza

della mia solitudine.

 

Come una piuma

alata del Tutto

creo nell’immenso

la scia della libertà.

 

Daniela Karewicz.

10月3日

RESPINGIMENTI

Patria.

 

Dopo svariate  vicende del destino si trovò finalmente all’estero.

Si erano esauditi i lunghi sogni della fanciullezza,

del tutto diversi da quelli che si era immaginata.

Quel paese, fantasticato come una favola,

era per lei una terra incompresa in cui perdeva

 l’una dopo l’altra le esaltate e boriose aspirazioni.

Ormai lottava soltanto per sopravvivere.

Le era del tutto indifferente dove la sorte la stava conducendo.

Il fascino di quella terra si era spenta irrimediabilmente,

 oppressa e sfruttata bramava soltanto di tornare a casa.

Tuttavia le cose andavano in modo diverso.

Era evidentemente giunta ad un punto cruciale del suo cammino,

ad una particolare svolta del suo destino.

Arrabbiata con se stessa, decise di cambiare tutto. 

Cominciò dall’ambiente, poi modificò il look,

infine iniziò a frequentare corsi di lingua italiana.

La sua esistenza incominciava inaspettatamente a stabilizzarsi,

aveva la sensazione di essersi inserita in una qualche corrente favorevole.

Dovunque si rivolgeva, trovava una situazione

che pareva fatta apposta per lei.

Si trattava ovviamente di un’illusione,

di una serie di circostanze che la conducevano di evento in evento.

Qualsiasi lavoro stesse facendo,

finalmente si stavano scoprendo le sue capacità.

Piano piano entrò nelle società migliori,

lei, che fino ad allora aveva vissuto

nel mondo semiclandestino degli emarginati.

Si rese conto subito che la sua fortuna era di quelle durature e solide.

Tutto il suo passato ramingo e senza casa si staccò da lei per sempre.

Un fatto più importante concluse e coronò quest’epoca di successo e fortuna.

Dopo un breve esaltante fidanzamento si sposò

e in pochi anni ebbe due splendidi figli.

Il luogo in cui la sorte le concesse di trovare un approdo tranquillo

era rinomato per la bellezza della montagna.

Tra scogli altissimi, Haì,

come aquila reale giunse  a creare il suo nido.

Istintiva e saggia stabilì legami profondi con tutti.

Tenne stretta la sua fortuna e ogni alba silenziosa

 riapriva le ali sempre più ampie.

Forte come una roccia scolpiva con tenacia il proprio destino,

come suo marito  che scolpiva la dura pietra

nel buio ventre della montagna.

Erano pochi cavatori nella zona che conoscevano

 i segreti della pietra ollare,

pietra che richiede lavorazioni precise e faticose.

Gigi, sapeva trasformare il “cuore” della pietra

in recipienti sorprendentemente belli ed eleganti.

 Così, lavorati sapientemente sul tornio, nascevano i laveggi.

Haì riscopriva i sapori e i profumi antichi della nuova patria.

Era affascinata dalle usanze e tradizioni che sembravano dimenticate.

Nei lavèc’ color montagna, cucinava con grande amore

per la sua famiglia minestre, pappe, spezzatini e arrosti.

Aveva imparato tutte le ricette antiche della zona

e le ghiotte frittelle di mele catturavano i palati di tutti gli amici.

Il tempo passava, i figli crescevano e Haì

seguiva fedelmente il lavoro del marito

che continuava da generazioni a portare avanti la scomparente tradizione.

Di questo patrimonio sono rimaste solo,

nascoste sotto mughi e fiori alpini, 

secolari cave con remotissimi segni dei laveggi.

Tuttavia, insieme, avevano deciso di portare avanti questo mestiere antico.

Gigi continuava a produrre laveggi e Haì,

con disarmate disinvoltura eseguiva la cerchiatura,

poiché da nessuna parte si riusciva a trovare gli stagnini.

La rifinitura delle pentole era un compito molto difficile

che nessuno voleva fare.

Le piccole mani di Haì ritagliavano con fatica

massicce strisce di rame, ma lei non si lamentava mai.

 Questo lavoro, anche se arduo, la faceva sentire utile,

 la faceva sentire parte della società.

L’attività riprese vita.

Il laboratorio era frequentato ogni giorno di più

 da innumerevoli clienti e turisti

che con ammirazione osservavano Haì all’opera.

Dietro le spalle, però, si sentivano alcuni commenti:

 “Questi cinesi vengono anche qua a rubarci lavoro.”

Ma senza alcun rancore Haì offriva ai visitatori

le pietanze locali rosolanti sul fuoco.

Con un grembiulino da lavoro,

i capelli raccolti in buffe codine,

distribuiva generosamente gustosi pizzoccheri di Teglio.

E non smetteva di raccontare la storia del Valmalenco

e del “fascino” della pietra ollare,

ma non mancava mai di ribadire un concetto

che tanto le stava a cuore

e che le serviva per sottolineare

 il suo attaccamento e radicamento a quella terra.

“Suo figlio stava studiando per continuare il mestiere del padre,

mentre sua figlia, assomigliandole in tutto, seguiva lo spirito materno”.

 

Daniela Karewicz

7月21日

RESPINGIMENTI

 

Il viaggio.

 

Come un veliero

in balia del vento

scivolo nell’aria,

libera e spensierata.

Respiro

un’inebriante leggerezza.

Le immagini scorrono

come in un film,

lasciando dietro

una scia di

vibranti nostalgie...

 

Andare in gita in Francia accerchiati

dal continuo incubo

delle stesse facce mi dava l’impressione

di non essermi mai mossa da Barberino.

Questi giorni d’estate ondulati, dilatati dai venti,

celavano nelle loro pieghe le sorprese continue.

Folle colorate scorrevano sotto il sole incerto,

 in una baraonda chiassosa,

in uno strascicare continuo di piedi,

 in un chiacchiericcio di decine di bocche brulicanti;

camminate confuse lungo paradisiaci scogli dai graniti rosa,

 per le viuzze degli splendidi borghetti

o dintorno la torre Eiffel.

Così scorreva quel fiume, pieno di brusio,

di occhiate incuriosite, spezzato dalle risa e dalle grida.

Le feste e le cene presso le famiglie che ci ospitavano

 erano “stazioni” di leggerezza e spensieratezza.

Mi incuriosiva il fatto che ai nostri amici francesi 

venivo presentata

sottolineando che sono polacca.

Ma nessuno chiedeva le mie origini!

Ero lì, all’estero, inserita nel gruppo italiano

e non vedevo la necessità

di far notare in ogni situazione la mia... “diversità”?

Da trent’anni sono cittadina italiana,

da venti vivo a Barberino,

 eppure...

 

Il momento più significativo di tutta la gita

è stato il nostro ritorno.

Alla stazione di Parigi mi è capitato

uno scompartimento lontano dal gruppo.

Mi trovavo finalmente da sola, staccata da tutti e da tutto.

Osservavo dal finestrino una donna di colore

avvolta nelle caratteristiche vesti africane.

Il giallo vigoroso metteva in risalto ancora di più

 la floridezza del suo corpo.

Aspettava qualcuno e in attesa, impaziente,

sfogliava ogni tanto un taccuino scrivendoci qualcosa.

Mi chiedevo, se sarebbe stata lei la mia compagna di cuccetta.

Infatti, in breve mi sono trovata in sua compagnia

e anche delle altre sue due connazionali. 

Lente e traballanti, con fatica trascinavano lungo i binari

 innumerevoli bagagli.

Seppellita sotto le valige, borsoni e zaini,

non riuscivo a muovermi.

Piano, piano le donne si sono sistemate.

 Nel corridoio è rimasto ancora un paio di sacchi enormi

 e con crescente inquietudine mi domandavo

come avremmo fatto a dormire?

Il controllore mi guardava con pietosa preoccupazione e con,

 meno male che non si sono presentate altre due persone”,

 mi ha promesso di cercarmi un'altra sistemazione.

Le osservavo:

visi in fiamme, gocce di sudore grondanti dappertutto.

Una di loro, più anziana e più magra,

 abbracciava una pesante scatola di cartone

di circa un metro per quaranta centimetri.

Visibilmente provata, al mio tentativo

di metterla a proprio agio,  non reagiva.

Tra i miei colleghi si è sparsa la clamorosa notizia

della mia “sfortuna”.

Davanti allo scompartimento sfilavano

occhi lampeggianti di curiosità.

Che disgrazia, meno male che non  è toccato a noi”

 mi compativano tutti.

Fortemente divertiti, ci hanno scattato anche una foto

 e le donne sono state informate del fatto

che nemmeno io sono un’italiana, ma polacca.

Ma a loro interessava la nostra provenienza?

Stanche e impegnate a ordinare i bagagli,

 hanno appena prestato attenzione agli “invasori”.

Lasciamo Parigi, ma prima di rientrare a casa,

Burkina Faso, ci fermiamo a Roma per altri dieci giorni!

 Hanno risposto frettolosamente, togliendosi le ciabatte.

Curiosa della loro vita,

osservavo con attenzione le facce mature

 e gli occhi, astuti e intelligenti.

Polsi, collo e caviglie erano ornati

dai fantastici vezzi colorati e variopinti “turbanti”

nascondevano le teste con treccine

meticolosamente raccolte in una codina.

Ogni tanto i nostri sguardi si incontravano

e ci scambiavamo taciti segni d’intesa.

I teneri sorrisi rivelavano la loro vera natura,

 gentile e disponibile.

La più anziana, però,

rimaneva sempre assente, passiva e spenta.

  Le lunghe rughe solcavano le guance bigie

e una pesante felpa, anche se era un caldo soffocante,

ricopriva la sua lunga tunica in fantasia bianco - celeste.

Sistemate nelle cuccette, finalmente ci stavamo rilassando.

Il treno scorreva nel buio ed io stavo in ascolto.

Una lucina blu illuminava appena l’oscurità

piena d’intricate fantasticherie.

 Quel silenzio notturno respirava i segreti oscuri

che con terrore gridavano attorno ai questi angeli bruni,

inquieti nei loro sogni.

Lo spazio dello scompartimento si ampliava

in un panorama di mondi misteriosi

 con strane dimore in argilla rossiccia della savana,

maschere e statue simboliche, atroci riti religiosi.

Il nero vetro della finestra rifletteva

raccapriccianti scenari del mio laptop. *

 

La mattinata si tingeva dei colori di un’alba qualsiasi.

In mezzo ai frammenti di un paesaggio immaginario,

guardavo le donne destarsi dal sonno.

Spuntavano pigramente tra le valige e sbadigliando al sole,

 strutturavano i loro esotici turbanti

con complicati giri di un lungo drappo.

Con culto staccavano con i denti

pezzetti di strani bastoncini,

masticandoli con immensa  soddisfazione.

   L’unica che si è alzata era la più anziana,

ma solo per riempire d’acqua, a metà,

una piccola tanica di plastica trasparente.

Nessuna di loro ha bevuto o mangiato  qualcosa.

 Nessuna ha usato il bagno.

 

Lasciavo la mia avventura con lo zaino pieno di nuovi emozioni,

 futuri racconti in cui vedevo migrare dei popoli,

le loro sofferenze e lotte.

L’ultimo saluto è stato sfiorarsi con le mani.

Mani che non avrebbe mai potuto scrivere frasi false o miserabili!

 

 

* ecco alcuni link

che riportano le vicende delle donne del Burkina Faso.

 

Lascio a voi immaginare lo scopo del pellegrinaggio

delle mie misteriose compagne  del viaggio...

 

http://www.lettera22.it/showart.php?id=3511&rubrica=140

 

http://www.scontifacili.it/Storie_di_donne:_Burkina_Faso_2530.html

 

http://www.ecologiasociale.org/pg/dum_fem_burkina.html

 

http://www.aidos.it/ita/progetti/index.php?idPagina=12

 

 

Daniela Karewicz.

6月5日

RESPINGIMENTI

 

Scacciati.

 

Regnava primavera.

E' la stagione in cui sbocciano i fiori

 e si dimenticano le preoccupazioni invernali.

Tornavo dal lavoro a piedi e respiravo, compiaciuto,

 l‘aria profumata di lillà, quando,

girato l’angolo della strada,

mi imbattei  in uno strano scenario.

 Una lunga eterogenea  fila era davanti alla questura,

 fila di bronci  e  berretti colorati di tutte le etnie del mondo.

 Sotto l’arcata rimbombavano

chiassosi litigi in lingue incomprensibili.

 All’entrata dell’ufficio emigrazione, che tremava di agitazione e caos,

avevo scorto un robusto sorvegliante  che se la prendeva con un emigrante,

piccolo e spaventato. 

Capii che non voleva farlo entrare perché chiudevano.

Il giovane non voleva arrendersi.

Disperato cercava   di   intrufolarsi, agitando le braccia esili.

Ad un certo punto il custode lo spinse

con la forza dei suoi cento chili e il debole corpo,

come un pupazzo, volò via attraverso la strada

per finire ai miei piedi.

Nero di rabbia, coprii di insulti  il sorvegliante

 e aiutai il ragazzo ad alzarsi.

Dal suo naso usciva sangue

e il braccio destro sembrava malconcio.

 Anche il sopracciglio aveva un taglio che cominciava a sanguinare.

Tirai dalla tasca i fazzoletti di carta, giusto per tamponare le ferite.

 Lo presi sottobraccio e lo trascinai alla farmacia vicina.

 Per fortuna il taglio non era profondo

 e con i cerotti sul viso lo portai al bar accanto.

Davanti ad un tè ed un enorme panino che avevo ordinato per lui,

per la prima volta abbiamo scambiato una parola.

-         Perché sei stato così insistente?

          Dovresti sapere che ad una certa ora gli uffici chiudono.

         Se non ci fossi stato io, quel mastino ti avrebbe massacrato - 

dicevo con tono di rimprovero.

-         Ti sembra, che se hai salvato un emigrante

hai fatto una grande cosa?

Non cambi mica niente con quel gesto. Comunque grazie. -

Con forte stretta di mano scattò in piedi.

-         Dove vai?-

-         Di là... Ritorno. -

-         Sei matto?-

-         Devo riprendere il mio posto in fila,

da quattro giorni e quattro notti sono là.

Devo avere il permesso di soggiorno. –

Uscì, lasciandomi consapevole

 della mia impotenza di cambiare il mondo. 

Non tentai nemmeno di corrergli  dietro per fermarlo.

Scossi solo le spalle.

 

Daniela Karewicz

4月10日

Flesz

 

Flesz

 

***

Wojna

 

Nadeszła wściekła

w kutych żelazem buciorach

ciężkim spowita dymem

fetorem śmierci nasączona.

Krwią świeżą malowana

głodna i katowana,

by chciwe swe cielsco nasycić.

za życiem ugania.

 

Przystaje czasem znużona,

taka niczyja.

Załosna.

Osierocona.

 

Z obliczem bliznami pociętym

milczy podstępnie, by

fanatyczna i nieokiełznana

aroganckim przepychem błyszcząca

zabijać...

w tył głowy strzela

dzieci bezlitośnie męczy

ludzi  żywych grzebie

rannych bagnetem dobija.

 

Czasem jednak

i łzę bolesną utoczy

kromkę chleba i wody do ust poda

rany śmiertelne uleczy.

 

Dziwna ona, niezrozumiała.

Zatrwaźająca.

Chciana.

 

***

 

Obłudne plotkeczki szemrzą złośliwie

w eleganckim salonie w stylu biedermeier.

Skandaliczny mezalians popełniony

przez wysoko urodzonego szlachcica 

ze zwykłą chłopką szokuje

arystokratyczny światek głębokiej prowincji.

Od czasu do czasu błyska flesz.

Wśród zaproszonych przewija sie postać w czerni

fotografując twarze tych,

którzy natrętnie ustawiają się przed objektywem, i tych,

którzy nieśmiało ukrywają się w półcieniu.

Pod koniec wyśmienitej kolacji podanej na starych srebrach,

goście wznoszą toast na cześć solenizanta.

Obchodzi się urodziny Mariana,

młodego szlachcica ze  znamienitej rodziny. Kończy 25 lat.

Po chóralnym “na zdrowie”,

kryształowe kieliszki roztrzaskują się o lustrzany parkiet.

Impertynenckie dźwięki mandoliny akompaniują melodyjną pieśń.

Marian śpiewa z wyniosłością znane psalmy. Urzeka wszystkich.

Szkarłatny szal kontrastuje z jego urodą

- delikatne oblicze, zaczesane jasne włosy,

melanchnijne szarozielone oczy.

Jego wiersze recytowane z przesadnym patosem

powodują bicie serc bladych panienek.

Po oklaskach, znudzony bierze jabłko i oddala się niepostrzeżenie.

 

***

Wojenne wiatry burzą jego dotychczasowy świat.

Gubi się, nie wie co robić, nikt nie wie.

Po raz pierwszy przeżywa coś tak odmiennego, tak prawdziwego.

-Muszę coś zrobić-  wyje zrozpaczony,

roztrzaskując o biurko swoją ukochaną mandolinę.

Wstępuje do ruchu młodych rebeliantów

gotowych zrobić coś przeciwko wojnie,

bardziej dla przygody  niż dla ideału.

Niedoświadczeni, ograniczają się do obrzucania kamieniami

niemieckich ciężarówek.

 

***

- Nasz świat jest skończony. Musimy się ukrywać-

rozpacza matka, całując go w czoło. Jej opuchnięte od łez oczy

srebrzą się cierpieniem w naznaczonej bólem twarzy.

-  “Ad majora natus sum, pamiętaj o tym zawsze, synu” –

poleca ojciec,  obejmując go gorąco w pożegnalnym uścisku.

Przed  rodzinnym dworkiem zajętym przez rząd niemiecki

i przetworzonym na siedzibę gestapo Marian żegna rodziców.

Drżący błysk flesza utrwala ostatni moment

rodziny zniszczonej przez pogrom.

 

***

- Dzisiaj wszystko u mnie możesz kupić, bo ludzie są teraz na placu.-

 sepleni kulawy żyd za ladą,

gładząc brodę woniejącą cebulą i czosnkiem.

- Daj mi więc bochenek chleba, bańkę mleka i jedno jabłko.

 Masz może jakiegoś papierosa? –

- Mam sześć sztuk całych palmeli. Jak mi zapłacisz długi, są twoje. -

- Tak, tak. Płacę wszystko. – wykrzykuje radośnie Marian

Rodzice dostarczyli mi trochę pieniędzy.

A więc, co tam dzieje się na placu?

Ukryty za drzwiami, podgląda.

Wśród osób wyznaczonych do aresztowania słyszy nazwiska

niektórych towarzyszy ze  swojej grupy politycznej.

Ogarnięty trwogą wraca do domu.

Wyciąga z szafy golf z kaszmiru

i ulubiony szal ze szkarłatnego jedwabiu.

Drżącymi rękoma owija w starą gazetę ostatnie pamiątki

ze swojej odległej, świętej przeszłości

i zanosi paczkę swoim przyjaciołom.

Znajduje ich ustawionych w szeregu

przed murami swojego starego gimnazjum.

Nadjeżdża ciężarówka.

Wyskakuje z niej czterech hitlerowców w szarozielonych mundurach, 

którzy natychmiast rozstrzeliwują całą grupę.

Marian wstrząśnięty pada na kolana.

 

***

Bezczelny błysk flesza fotografuje z trzech stron

jego zakrwawioną i siną głowę.

Jakiś głos szczeka:

- sprichst du Deutsch? –

 -was kannst du machen ? -

 - kannst du autofahren? – *

Marian podnosi oczy i jego wzrok

przez moment krzyżuje się ze spojrzeniem gestapowca.

Nigdy nie widział takiego koloru! Zimowe niebo, oblodzony staw.

- Ja - odpowiada - ich spreche Deutsch.-*

 

W blaszanej misce wodzianka i kawałek czarnego chleba.

Przydzielony przez kogoś koc i miejsce do spania.

Marian nie zapomni nigdy pierwszej nocy w obozie, 

która będzie trwać sześć niekończących się miesięcy

naznaczonych głodem i trwogą.

Nie zdaje sobie sprawy gdzie się znajduje

i z trudem przypomina sobie koszmar swojego schwytania.

 

- To miejsce będzie zwyczajnym obozem dla więźniów.-

Tłumaczy podczas pierwszego apelu o szóstej rano.

 

Rozpoczynają rozciągać ogrodzenia z kolczastych drutów,

 budować kuchnie i magazyny.

Marian często jest przydzielany do kancelari jako tłumacz i księgowy.

 Pewnwgo dnia zauważa na podłodze jakiś dokument.

Ryzykując śmiercią bierze z sobą tę kartkę do baraku z której wynika,

 że po ukończeniu budowy obozu w Auschwitz,

świadkowie będą oddaleni.

- A więc znajdujemy się w Auschwitz.

Gdzie to jest? – myśli intensywnie

- Ach tak, Oświęcim, blisko Krakowa.

Tu jest napisane, że nas oddalą, lecz gdzie?

Nigdzie nie jest napisane, dokąd!

Podejrzewa, że to miejsce ukrywa ponury i monstrualny sekret.

 Do czego mają służyć te baraki z długimi i piętrowymi pryczami,

budynki z wysokimi kominami i wielkimi piecami

lub zbiorowe prysznice bez dopływu wody?

 

***

-Będziemy zlikwidowani wszyscy!

 – szepcze pewnej nocy Józefowi, z którym dzieli pryczę.

- Marian, trzeba stąd uciekać!

Pamiętasz miejsce gdzie możesz się ukrywać?-

-Tak, twoja wieś Krępa. Około 300 km. stąd, w centrum Polski.-

-My jesteśmy rodziną prostą, bardzo biedną, ale cię przyjmą.

 Wiesz, jest nas sześcioro.

 Najmłodsza ma na imię Janina,

najładniejsza panienka z całej okolicy.

Pamiętasz mój partyzancki pseudonim?

-Dąb.-

-Ukradłeś lekarstwa dla ruska?

 Nie jest już w stanie się podnieść, biedaczek. A i węgrzyn się kończy.-

- Tak, zwinąłem coś tam. Trzymaj też jabłko.

Dał mi je Hans, ten oficer co zawsze przymyka oko

 na moje podkradania. Gdyby nie on...-

-O, jak pachnie to jabłko.

W moim sadzie za domem rosło wiele jabłoni.- lamentuje Józef

-Przypomina mi jabłko z moich ostatnich urodzin.- wzdycha Marian.

Pożerają to jabłko chowając głowy pod koc.

Najsmakowitsze, najwspanialsze jabłko jakie jedli w swoim życiu.

Jakiś głos z żydowskim akcentem przerywany gwałtownym kaszlem, błaga.

-I mnie! Jeden kęs! I mnie! Proszę!

Skórka, nasiona, mizerny i suchy listek przyczepiony do ogonka,

wraz z tym ogonkiem zdrewniałym i twardym

 zostały pieczołowicie podzielone i schrupane.

 

***

W ciemności nocy, zduszony jęk roznosi się boleśnie.

Straszliwa burza trzęsie światem.

Błysk ryczącego pioruna oświetla kościste twarze wyzute z nadziei.

Ich barak nasyca się śmiercią.

Smierć jest tuż obok, ukryta w każdym kącie.

Kiedy siada na krawędzi czyjejś pryczy, woła się strażników.

W barłogu, owinięte plugawym i obskurnym kocem spoczywa ciało.

Towarzysze rzucają ostatnie spojrzenie

na to nieruchome i zniekształcone oblicze.

Granat zaciśniętych ust, czerń wychudzonych policzków,

doły przymkniętych oczu, piszczele rąk i nóg, obdartych od robót dłoni,

 zapadnięty brzuch z żebrami

przecinającymi prawie pergaminową skórę.

 Smierć mglistą spiralą opuszcza pryczę

i swym długim welonem muska myśli obecnych.

Snuje się leniwie po ścianach, wciska się we framugi drzwi,

osiada na podłodze.

Załobny orszak kieruje się do głębokiego dołu.

Na desce, sine ciało. To Józef. 

Jego oczy odzwierciedlają ostatni flesz...

pole kwitnące chabrami i czerwienią maków.

 Tam... będzie zboże, będzie syn, będzie dom.

 

***

*  -  sprichst du Deutsch? -  znasz niemiecki?

*  -  was kannst du machen? - co umiesz robić?

*  - kannst du autofahren? - umiesz prowadzić samochód?

*  - Ja, ich spreche Deutsch. -  Tak, mówię po niemiecku.

 

Daniela Karewicz

 

 

continua...

 

Flesz

 

 

Flesz

 

***

Nadchodzi wiosna i Marian jest skierowany

 wraz z innymi więźniami do pracy w polu,

w kamieniołomach, do budowy dróg i kolei.

Upływają miesiące i pewien jasny,

sierpniowy ranek zapowiada zmiany.

Prowokujący błękit nieba daje tło wyblakłej zieleni pobliskiego lasku.

Złote łany falują w tańcu bez muzyki.

Ponury i cierpiący konwuj wlecze się

zakurzoną  drogą zarośniętą zwiędłymi krzakami.

Marian zna dobrze trasę terroru,

zna dobrze przyzwyczajenia nadzorców,

którzy po monotonnych miesiącach zmniejszyli czujność

i stali się mniej agresywni niż na początku.

Czasami  i oni wydają się więźniami.

Szaleńcza idea o ucieczce zawładnęła nim całkowicie od czasu,

kiedy wraz z Józefem ją projektowali.

I może nadszedł moment jej realizacji.

Teraz! Natychmiast!

Wraz z innymi narzeka na ból brzucha.

Dyzenteria jest dość powszechna

i kiedy potrzeba, zdejmuje sie łańcuchy  z przegubów.

Nadzorcy decydują się na chwilę postoju.

Tam, gdzie żyto jest bujne i wysokie Marian przykuca

i oddala się szybko na kolanach, niknąc w oddali.

Nie słyszy żadnego pościgu.

Kieruje się instynktem, porusza się jak wilk. 

Dociera do potoku i rzuca się w wodę aby stracić swój trop.

 Obawia się psów. Tam gdzie jest głęboko, płynie.

Po godzinach ucieczki, skonany,

zbliża się do czyjejś stodoły i stajni, kradnie jakieś szmaty,

worki z juty w których wydziera dziury na ręce i głowę.

W pewnym momencie słyszy szelest.

Spostrzega starą kobietę okrytą kwiecistą chustą.

Patrzą sobie długo w oczy. 

Bez pośpiechu baba ściąga z nóg wysokie i wielkie kalosze,

ograbia stracha na wróble ze spodni  i kasaka

- kładzie to wszystko przed Marianem.

 Zostawia też koszyk z kilkoma jajkami, warzywami i owocami.

Odwraca się bez słowa i wspierając się na krzywym kiju oddala się,

pozostawiając w redlinach zdeformowane ślady bosych stóp.

Marian przykryty liśćmi śpi cały dzień w rowie daleko od zabudowań.

Oczekuje nocy.

W oddali słychać strzały i niebo huczące od samolotów.

Kierując sie gwiazdami ustala kierunek trasy i oddala się pośpiesznie.

Kluczy po poboczach dróg, biegnie wzdłuż szyn

czepiając sie często powolnych wagonów towarowych.

I tak to zbliża się w końcu do wymarzonej wsi.

W pobliskim lesie oczekuje mroku

 i głęboką nocą puka delikatnie do okienka z tyłu domu.

Jakaś ręka łapie go za kark i wciska w wąskie drzwi piwnicy.

-Dąb, Dąb! – piszczy histerycznie.

 

Najpierw robią mu kąpiel. Blaszana wanienka lśni mu złotem

a zwykłe szare mydło pachnie fijołkami.

Jest pokryty wszami i strupami.

Na koniec golą go całego i nacierają dziwnymi maściami.

Kawał cudownie pachnącego chleba,

 łakoma miska świeżutkiego twarogu,

kieliszek mocnej wódki...i budzi się po dwóch dniach.

Oczekuje go dzban wody ze studni,

na piecu w różowej kamionce unosi się zapach barszczu. Raj!

Miejsce jest spokojne, ciche, prawie zapomniane przez Boga.

 Wojna nie istnieje.

Oczarowany, wychodzi przed dom.

Wzdłuż drogi śpią białe chaty pokryte strzechą.

 Złote łany  obiecują dorodne żniwa.

Sad z gałęziami uginającymi się pod ciężarem jabłek

przypomina mu Józefa.

Myśl o nim przesłania wyzywający blask słońca.

Wraca do domu i rzuca okiem na duże, ścienne lustro.

Kto to ? Kim jest to widmo!

Dluga,  nocna koszula ukrywa potwornie wychudzone ciało.  

Z rozpięcia na przodzie sterczą żebra pokryte przezroczystą skórą.

Ogolona czaszka, woskowa twarz, 

zapadnięte policzki pokryte plamami i oczy...

olbrzymie szarozielone oczy płonące gorączką, cierpieniem, trwogą.

Marian obejmuje głowę sinymi od trudów rękoma

 i obsuwa się wydłuż ściany, kuląc się jak małe, zastraszone zwierzątko.

 

***

Pod zieloną jabłonią, niewinny błękit oczu Janiny

 tonie w namiętnym spojrzeniu Mariana.

- Przyniosłam ci stare gazety.

Dali mi je partyzanci, wiesz, ci z grupy Józwa.

Przeglądają razem pożółkłe strony i Marian spostrzega, 

że Janina zaledwie umie czytać.

Subtelna, kieruje się wrodzoną wrażliwością i wskazuje niektóre zdjęcia

połamanym i czarnym od pracy w ziemi paznokciem.

Marian rozpoznaje w nich swoje straszliwe przeżycia.

 

***

Przywarte do piersi dziecko zmarłe z głodu.

W łóżku leży osłabiona Janina, Marian pogrążony w bólu

siedzi w ciemnym kącie pokoju, ssąc smoczek.

Kolebie nogą białą i pustą kołyskę.

Do pokoju wkracza raptownie niemiecki oficer.

Szuka Janiny przeznaczonej na roboty w niemieckich fabrykach.

Zaskoczony, obserwuje tę straszliwą scenę.

Bez slowa,  odwraca sie gwałtownie i  wychodzi.

Nie jast w stanie znieść ich bólu.

Od miesięcy kwateruje w Krępie i z Marianem,

który pracuje w koszarach jako magazynier

dyskutował killkakrotnie na temat filozofi, muzyki i sztuki.

 

Ze starego, skórzanego portfela Marian w roku 1944

wycina pierwsze buciki dla swojej drugiej córki Bożeny.

Mądra i bogata w mleko koza Barbara

towarzyszy jej przy pierwszych kroczkach.

 

***

Warkocze koloru zboża przeplatane chabrami i czerwienią maków

koronują wyniosłe czoło Janiny. 

Pod staniczkiem ozdobionym kolorowymi cekinami

burzy się śnieżna, batystowa bluzeczka.

Biały fartuszek  spływa wzdłuż kwiecistej, spłowialej spódnicy,

zakrywając dziurawe trzewiki.

- Ad majora natus sum. – wymawia Marian solenną obietnicę.

- Co to znaczy?- pyta Janina wznosząc czyste i dumne oczy.

- Zostaliśmy zrodzeni do wyższych celów-

odowiada Marian, całując ją tkliwie.

 

***

Obłudne plotkeczki szemrzą na wiejskim dziedzińcu.

Mezalians popełniony przez  szlachcica Mariana

ze zwykłą chłopką Janiną szokuje wszystkich.

Od czasu do czasu błyska flesz.

Wśród zaproszonych przewija sie postać w czerni

 fotografując ich twarze.

Pod koniec skromnej kolacji podanej na malowanych gliniankach,

goście wznoszą toast na cześć młodych małżonków.

Po chóralnym “na zdrowie” ,

szklane kieliszki roztrzaskują się o klepisko.

Przyjemne dźwięki mandoliny akompaniują melodyjną pieśń.

To Marian. Spiewa z prostotą znane psalmy. Urzeka wszystkich.

Szkarłatny szal kontrastuje z jego sublelną urodą.

 Jego wiersze recytowane z rzewnością powodują bicie serca Janiny.

Po oklaskach, szczęśliwi biorą jabłko i oddalają się niepostrzeżenie.

 

Fine.

 

Daniela Karewicz

 
1月22日

Flash

 

Flash

 

*

Un frivolo spettegolare risuona malizioso

nell’elegante salotto in stile biedermeier.

Lo scandaloso  matrimonio

tra un nobile e una plebea sconvolge

 l’aristocratico mondo della cittadina di provincia.

Ogni tanto scatta un flash...

Una figura in nero si aggira tra gli invitati

 riprendendo le loro facce,

quelle che si mettono con prepotenza dinanzi a lui

e quelle che si nascondono timidamente nella penombra.

Dopo la lauta cena servita su antichi vassoi d’argento,

gli ospiti brindano con la wódka alla salute del festeggiato.

E’ il compleanno di Marian,

giovane rampollo di una nobile famiglia.

Compie venticinque anni.

Con corale “na zdrowie” i preziosi bicchierini di cristallo

finiscono sbattuti sul parquet intarsiato in ciliegio.

Sfrontati toni di mandolino accompagnano un canto melodioso:

Marian, con ostentata superbia, si esibisce con salmi.

Affascina tutti.

Uno scialle color rosso porpora contrasta

col suo armonioso aspetto...

lineamenti morbidi, capelli castani pettinati all’indietro,

melanconici occhi grigioverde. 

Le sue poesie declamate con boriosa enfasi

fanno battere i cuori delle pallide signorine.

Dopo gli applausi, annoiato,

prende una mela e si allontana furtivamente

 

*

I gelidi venti di guerra sconvolgono il suo piccolo mondo.

Si perde, non sa cosa fare, nessuno lo sa. 

E’ la prima volta che vive qualcosa di così intenso, così reale.

-Devo fare qualcosa!  -  urla furibondo,

 sbattendo contro lo scrittoio il suo prezioso mandolino.

Il presagio del  fatale destino  si impossessa di lui.

Entra a far parte del gruppo dei giovani ribelli,

pronti a fare qualcosa contro la guerra,

più per l’avventura che per l’ideale.

Incoscienti, si limitano a tirare le pietre sugli  autocarri della Gestapo.

 

*

- Il nostro mondo è finito. Dobbiamo nasconderci-

 si dispera la madre con gli occhi gonfi nella faccia addolorata, 

baciandolo sulla fronte.

-  Ad majora natus sum, ricordalo sempre figliuolo

- si raccomanda il padre, fiero, 

stringendolo in un caldo abbraccio d'addio.

Davanti alla palazzina di famiglia

occupata e trasformata nella sede del governo tedesco,

Marian saluta i genitori.

Un flash memorizza

l'ultimo ricordo della famiglia annientata dal pogrom.

 

*

- Sei fortunato trovare qualcosa.

Stamani tutti sono qui davanti, in piazza. -

farfuglia a Marian lo storpio bottegaio ebreo, 

lisciando la sua barba odorante d’aglio e di cipolle.

- Dammi allora una pagnotta, un pentolino di latte e una mela.

Hai forse qualche cicca? -

- Ho sei sigarette. Intere. Delle Pall Mall!

Se paghi i debiti, sono tue.-

- Si, si, ti pago tutto! Oggi è il tuo giorno fortunato.

I miei mi hanno passato un po' di denari.  

Allora, che succede in piazza? -

Nascosto dietro la porta osserva e ascolta:

sente i nomi di persone da arrestare,

tra cui alcuni amici del suo gruppo politico.

Torna a casa atterrito.

Tira fuori il pullover di cachemire e l’amato scialle rosso di seta pura.

Con mani tremanti

avvolge in un vecchio giornale gli ultimi ricordi del suo passato,

distante e sacro,  e porta il pacchetto agli amici.

Li trova allineati davanti al muro sgretolato del suo vecchio ginnasio.

Arriva un camion.

Balzano fuori quattro giovani nazisti in divisa grigioverde,  

puntano i mitra e li investono  con una raffica di pallottole.

Marian, terrorizzato,  cade sulle ginocchia.

Dietro di lui appare una figura in nero. Scatta un flash!

 

*

Uno sfrontato flash riprende tre parti della sua testa

nuda, violacea e sanguinate.

Una voce abbaia:

 -sai guidare?-, -che lavoro sai fare? -, -sai il tedesco?-

Marian alza lo sguardo e i suoi occhi, 

per un attimo, si incrociano con quelli del nazista.

Non aveva mai visto un colore come quello!

Cielo d’inverno, stagno ghiacciato.

-Si -risponde- so il tedesco-.

 

*

Nella scodella, una zuppa acquosa e un pezzo di pane nero.

Una coperta assegnata da qualcuno. Un posto per dormire.

Incastellature di legno a due piani si allungano all’infinito in due file...

Marian non dimenticherà mai quella notte,

la prima notte nel campo, una notte che durerà sei interminabili mesi

segnati da fame e terrore.

Capacita appena dove si trova e a fatica ricorda l’incubo della sua cattura.

 

-Questo diventerà un semplice complesso di accoglienza dei prigionieri.-

traduce durante il primo appello alle sei del mattino.

Cominciano a stendere le recinzioni di filo spinato,

a costruire cucine e  magazzini.

Spesso lo assegnano anche a fare il contabile o l’interprete.

Un giorno nota sul pavimento un documento.

Correndo un rischio mortale porta quel pezzo di carta nella baracca.

Comprende, leggendolo, che alla fine della costruzione del lager

 in Auschwitz  i testimoni dovranno essere mandati via.

-Allora ci troviamo in Auschwitz?  Dove è?-  pensa intensamente

- Ma si,  Oświęcim, vicino Kraków.

Qui c’e scritto che dobbiamo essere mandati via, ma dove?-

Da nessuna parte c’era scritta la destinazione!

Sospetta che quel posto nasconde un obiettivo mostruoso e oscuro. 

A  cosa dovrebbero servire baracche con castellature di legno a due piani,

edifici con alti cammini con enormi forni

 o docce comuni senza l’impianto dell’acqua?

 

*

-  Saremo sterminati tutti! - mormora, in una notte fonda a Józef,

il suo compagno di letto.

-  Marian, bisogna scappare! Ti ricordi il posto dove puoi nasconderti?-

-  Sì, il tuo villaggio, Krupa. Circa 400 km da qui, nel centro della Polonia.-

- La mia famiglia è contadina, molto povera, ma ti accoglierà.

Sai, siamo sei fratelli. La più piccola si chiama Janina. E’ la più bella

fanciulla di tutta la zona. Ti ricordi il mio sopranome da partigiano?-

- Quercia.-

-  Hai potuto rubare le medicine per il russo?

Non riesce più ad alzarsi, poveretto.

Anche l’ungherese è in fin di vita -

-  Sì, sono riuscito a fregare qualcosa. Tieni anche la mela.

Me l’ha data Hans,

quell'ufficiale che chiude sempre un occhio sui miei furti. 

Se non ci fosse lui... -

-  Oh, come profuma ‘sta mela. Il frutteto a casa mia era pieno di meli -

piagnucola Józef.

-  Mi ricorda la mela del mio ultimo compleanno.-  sospira Marian.

Sotto le coperte divorano di nascosto la  mela.

La più gustosa, succulenta e saporita mela che abbiano mai mangiato.

Una voce con accento ebreo, spezzata da  una tosse furiosa, implora.

-A me! Un morso! A me! Prego!-

La buccia, i semi, la piccola foglia misera e secca attaccata al gambo,

sono scrupolosamente, insieme a quel gambo duro e legnoso,

divisi e rosicchiati.

 

*

Nell’oscurità della notte, un soffocato  mugolio echeggia, dolente.

Fuori, un’ incessante tempesta fa tremare il mondo.

Un dirompente lampo illumina facce scheletriche, senza speranza.

La loro baracca è satura di morte.

La morte è lì, nascosta in  ogni angolo.

Quando siede sul bordo di qualche branda, si chiamano i  gendarmi.

Il giaciglio accoglie in un abbraccio di coperta scura e logora un corpo.

I compagni dedicano un ultimo sguardo a quel volto immobile,

ormai trasfigurato con la bocca serrata e bluastra,

le guance svuotate e scure, gli occhi appena socchiusi e infossati,

le braccia e le gambe esili, le mani martoriate dai lavori pesanti,

i ventri scavati con le costole

che quasi tagliano la pelle di pergamena.

La morte, spirale sottile, lascia la branda.

Si impadronisce di ciò che resta,

si insinua nelle fessure delle porta e si allontana

da quel posto sfiorando col suo lungo velo i pensieri di tutti.

Una funebre carovana avanza verso un fosso.

Su un’asse un corpo. E' Józef.

 Gli occhi riflettono un ultimo flash...

un campo fiorito di rosso e blu di papaveri e di fiordalisi.

Là...sarà grano, sarà figlio, sarà casa.

 

*

Continua...

 

Daniela Karewicz

Flash

 

Flash

 

*

Arriva la primavera e Marian viene mandato

 con gli altri fuori dal lager a lavorare i campi,

 spaccare le pietre del fiume,

costruire strade e raccordi ferroviari.

Passano mesi e una luminosa mattinata

d’agosto annuncia qualcosa di diverso. 

Il cielo, di un azzurro spudorato,

fa da sfondo al verde sbiadito del boschetto vicino.

I campi dorati ondeggiano in una danza senza musica.

Uno strano convoglio, tetro e dolorante,

attraversa la strada sterrata orlata di cespugli appassiti.

Marian conosce bene il percorso del terrore,

conosce bene le abitudini dei sorveglianti

che dopo mesi di routine hanno abbassato la guardia.

A volte sembrano anche loro prigionieri.

Si sono plccati,  non sono più aggressivi come all’inizio.

Talvolta sembrano quasi umani.

La folle idea di fuga si è impadronita di lui

da quando insieme a Józef  l’avevano concepita.

E forse è arrivato il momento di realizzarla.

Ora! Subito!

Insieme con gli altri si lamenta di mal di pancia.

La dissenteria è un male frequente

e se necessario si levano le catene dai polsi.

I boia decidono il momento di sosta.

Nel punto dove il grano è più fitto, più alto e più ricco

Marian si accuccia e strisciando sulle ginocchia

si allontana velocemente dileguandosi nel nulla.

Non sente nessun inseguimento, si muove come un lupo,

agisce d’istinto, cammina veloce.

Raggiunge il ruscello e si immerge

per far perdere le tracce ai cani.

La dove l’acqua è più profonda, nuota.

Dopo ore di cammino, stremato, si avvicina alle stalle e ai fienili 

di una fattoria, ruba  vecchi stracci, più sacchi di juta che vestiti,

fa i buchi per le braccia e la testa.

A certo punto sente un rumore.

Vede una vecchia con grande scialle a fiori sulle spalle.

Si guardano lungo negli occhi.

Lentamente, la donna si sfila gli enormi stivali di gomma,

strappa i pantaloni e la giacca dallo spaventapasseri

e pone tutto davanti a lui.

Lascia anche la cesta con qualche uovo, ortaggi e frutta.

Senza dire una parola si gira e,

appoggiandosi su uno storto bastone, 

si allontana lasciando tra i solchi di patate

le deforme orme di piedi scalzi.

Dorme tutto il giorno in una fossa, coperto di fogliame,

lontano dalle abitazioni.

Aspetta la notte.

Da lontano sente gli spari, il cielo è disturbato dagli aerei.

Studia il percorso guardando le stelle.

Fa il punto della situazione

 e si allontana velocemente verso la direzione giusta,

a volte camminando lungo i binari,

talvolta aggrappandosi a qualche lento convoglio.

E così, alla fine, arriva nel sospirato villaggio.

Aspetta nel bosco vicino, e a notte fonda

bussa delicatamente alla finestra sul retro della casa.

All’improvviso una mano lo afferra alle spalle

e lo spinge verso la porticina della cantina.

-         “Quercia, Quercia!”- strilla istericamente.

 

Per primo gli fanno il bagno.

La bacinella di latta splende d’oro

e il grigio sapone sprigiona profumo.

E’ coperto di pidocchi e piaghe.

Lo rasano del tutto e lo spalmano con strani unguenti.

Un pezzo di pane profumato di letizia,

una scodella di candida ricotta che sa di gioia,

alla fine un bicchiere di wódka d’allegria...

e si sveglia dopo un paio di giorni.

Lo aspetta una brocca d’acqua fresca di pozzo e sulla stuba,

nel pentolone di coccio rossastro, fuma la borsh.

Un paradiso!

Il posto è tranquillo, silenzioso, quasi dimenticato da Dio.

La guerra non esiste. Incantato, esce.

Al lato della strada dormono bianche casupole 

con i tetti di paglia intrecciata. 

Nei dorati campi ondeggia un buon raccolto. 

Il  frutteto, curvo sotto il verde peso delle mele, gli fa ricordare Józef.

Il pensiero di lui oscura lo sfacciato splendere del sole.

Torna a casa e getta lo sguardo nel grande specchio dell’armadio.

Vede uno spettro!  Chi è?

Il corpo, magrissimo, si indovina più che vederlo,

sotto la bianca camicia da notte.

Dall’apertura davanti si intravedono le costole,

appena coperte di pelle sottile e gialla.

Il cranio rasato, il volto di cera,

le guance scavate coperte di piaghe e gli occhi...

occhi enormi grigioverde, luccicanti di febbre, sofferenza, terrore.

Prende la testa tra le mani sbucciate di color viola

e si accascia lungo la parete, in un angolo,

rannicchiato come un piccolo animale pieno di paura.

 

*

Sotto il melo, gli occhi di Janina e Marian si fondono

in un profondo e appassionato sguardo.

- Ti ho portato i vecchi giornali.

Me li hanno procurati i partigiani, sai, quelli del gruppo di Józef. -

Sfogliano insieme pagine ingiallite e Marian nota

che Janina sa leggere appena.

Con l’unghia spezzata e nera, consumata dal lavorare la terra,

sensibile indica  alcune foto.

Proprio in esse Marian riconosce tutti i flash vissuti.

 

*

Stretto al seno un figlio morto. Di fame.

Sul letto giace Janina, languida, non si muove.

Seduto nel buio angolo, Marian rosicchia il ciuccio

e fa ninnare la culla bianca e vuota.

Nella stanza entra prepotentemente l’ufficiale tedesco.

Cerca Janina,

segnata alla deportazione in Germania per lavorare nelle fabbriche.

Fermo sulla porta, osserva la scena. Poi si gira bruscamente ed esce.

Troppa angoscia anche per lui in quel posto.

Da mesi staziona in Krupa è con Marian

che faceva magazziniere nella caserma, parlavano a volte.

Di musica, d’arte, d’anima.

 

Da un vecchio portafoglio in pelle, nell’ anno  1944, 

Marian ritaglia le prime scarpette per Bosena,

la sua seconda figlia di undici mesi.

La capra Barbara, saggia e colma di latte,

la accompagna nei suoi primi passi.

 

*

Le trecce color grano ornate di rosso dei papaveri e blu dei fiordalisi

coronano la superba fronte di Janina.

Dal corpetto ricamato di variopinte pailettes

sgorga la candida camicetta in batista.

Il  bianco grembiule scende lungo la gonna a fiorellini sbiaditi,

coprendo appena  gli scarponcini bucati.

- Ad majora natus sum - pronuncia Marian la solenne promessa.

- Che vuol dire?- domanda Janina alzando lo sguardo limpido e fiero.

-Siamo nati per cose grandi –

risponde Marian alla sposa, baciandola teneramente.

 

*

Un frivolo spettegolare risuona nell’aia.

Il matrimonio tra il nobile Marian e la plebea Janina, sconvolge tutti.

Scatta un flash...Una figura in nero si aggira tra gli invitati.

Dopo una scarsa cena servita su vassoi d’argilla,

gli ospiti brindano con la wódka alla salute degli sposi.

Con corale “na zdrowie” i bicchierini di vetro finiscono sbattuti in terra.

La festa, semplice, è rallegrata da un canto melodioso

accompagnato dai dolci suoni del mandolino.

Marian, con umile semplicità, si esibisce in salmi.

Uno scialle color rosso porpora è in contrasto col suo armonioso aspetto.

Le sue poesie, declamate con enfasi, fanno battere il cuore di Janina.

Dopo gli applausi, felici, prendono  una mela

e si allontanano furtivamente.

 

*

Fine.

 

Daniela Karewicz

 

12月13日

Pellegrini dal cuore d'oro

 

Il concorso “Scrittura creativa”

Associazione Culturale di Barberino di Mugello

“ESSERE”

La Magica Atmosfera del Natale

- Le Leggende -

 

La commissione esaminatrice ha conferito

2° premio

a

Daniela Karewicz

per la leggenda

“Pellegrini dal cuore d’oro”

 

Motivazione del premio

 

Affonda le sue radici, questa leggenda,

nel patrimonio ancestrale dell’umanità.

E’ il tema dell’Incertezza che rende pregevole questa opera:

In un mondo che, oggi, ha visto crollare tutte le sue Certezze.

I Predestinati,

gli uomini del cammino sono quelli

 che portano sul cuore il segno di una piuma d’oro.

Il tema dell’Universalità di questa “famiglia” di Prescelti

è più che mai attuale.

Tutto il racconto ha come filo conduttore valori essenziali

quali la semplicità del cuore.

la compassione, la speranza, la fratellanza nel desiderio di pace.

 

<<Pellegrini dal cuore d’oro>>

 

Un’Aquila Messaggera fu incaricata dal Supremo

 di divulgare un annuncio di  estremo valore.

Girava dunque l’Aquila per tutto l’Universo,

spargendo dappertutto le sue piume d’oro.

Colui che trovava la preziosa piuma, la poggiava sul petto

e da quell’ istante dal cuore emanò un sottile raggio.

Meravigliati, molti si domandarono

che significato avesse questo bagliore.

Stupiti,

cominciarono a guardare dentro di se ed a porsi domande: 

“Che senso aveva la loro vita?”

Pensieri profondi invasero la loro esistenza,

non riuscivano più a trascorre una vita normale.

Seguendo un misterioso impulso,

abbandonarono tutto e si misero in viaggio.

Non sapevano, però, che direzione prendere.

Vagavano nel buio, ma, davanti alla loro tenacia,

riuscirono alla fine a trovare una piccola luce.

La luce di un altro cuore smarrito che attendeva un segno.

Così, pian piano i pellegrini dal cuore d’oro

si ritrovarono in  una pianura guardandosi incuriositi.

Tra di loro erano fanciulli, uomini maturi, anziani.

Non vi erano distinzioni né di origine né di razza.

Cominciarono a parlare tra loro

dell’ inspiegabile desiderio di elevarsi.

Bramavano la Saggezza, ma  non sapevano dove cercarla.

Uniti dallo  stesso scopo, si misero in cammino.

Proseguivano avanti, sempre avanti

ma avevano bisogno di una guida. 

Stanchi, si fermarono in un deserto a riposare.

Ragionando in pace, decisero di comune  accordo

di mandare avanti  tre dotti uomini. 

Scelgono

un giovane Afro, un maturo Orientale ed un anziano Europeo.

A loro affidarono se stessi:

il desiderio della sapienza, 

le paure nascoste,

la speranza per il prossimo.

Così, i tre magi iniziarono il viaggio verso l’ignoto,

mettendosi nuovamente in cammino,

illuminando la strada con la pallida luce dei loro cuori.

Vagarono senza sosta fino tarda notte  e quando,

disperati, volevano rinunciare al loro compito,

all’improvviso avvistarono un forte bagliore.

Un’Aquila dorata planava in alto.

Con una scia tracciò una splendente rotta.

I tre raminghi, ripresero rallegrati il cammino

seguendo la traccia luminosa.

Non si smarrirono mai più.

Attraversarono  paesi tormentati

da guerre, crudeltà e ignoranza.

Ai più poveri donarono tutto ciò che possedevano

e quando era loro rimasto solo

un chicco d’oro, un granello d’incenso e una piccola anfora di mirra,

l’Aquila sparì. Non avevano più bisogno delle indicazioni.

I loro cuori spalancati diffondevano una immensa luminosità 

che indicava la strada da seguire.

Altruismo e saggezza illuminarono il loro cammino

fino alle mura di una città antica.

In una stalla trovarono una povera famiglia

con un bambino innocente, appena nato.

Giaceva nella mangiatoia fasciato in logorati stracci.

Commossi si inginocchiarono davanti a tale miseria

e donarono al piccolo i loro ultimi beni:

un chicco d’oro, un granello d’incenso ed una piccola anfora di mirra.

La loro umiltà è generosità venne notata e rivelata al mondo intero.

Il povero bambino onorato dai nobili magi,

diventerà il simbolo dell’Umanità.

In breve tempo arrivarono i compagni rimasti nel deserto.

Seguivano le orme dei tre messaggeri, 

anche loro diffondendo il bene ed offrendo a tutti 

la scintilla del loro cuore.

 

E quando nel tuo cuore risplende la Sacra Luce,

essa si rispecchierà negli occhi incontrati sul tuo cammino. 

Ed  in ogni volto incontrato

riconoscerai un bambino innocente.

 

 

Daniela Karewicz

12月11日

Ardente tango

 

Foto: Stefano Lupi

 

Ardente tango

 

 

Nel dorato meriggio

ardente tango

le fronde danzano.

Maestosi alberi

con vividi affreschi

il castello d’autunno

 creano.

Vaganti

librano foglie.

Prima che il vento ci separi

la tua bocca vorrei sfiorare.

Non andare troppo lontano.

 Prendimi per le mani...

lasciamoci cullare

nella fervida brezza,

lasciamoci cadere

ondeggianti

piano, piano...

 

Daniela Karewicz

 

11月24日

Pagine di speranza

 

E’ stato pubblicato il libro per Fabio Muroni "Pagine di speranza" .

edito da Arduino Sacco Editore (Via Luigi Barbini, 24 Roma. Tel 06/4510237 – www.arduinosacco.it)

89 Autori, dai bambini delle elementari ai nonni...314 pagine!

Il costo è di 18 Euro + spese di spedizione.

Il link per acquistarlo direttamente è questo

 

 http://www.arduinosacco.it/catalogo/index.php?libro=285&genere=3

 

Tutti i proventi dalla vendita del libro saranno devoluti a Fabio

 che potrà così effettuare delle cure molto speciali.

 

Chi è Fabio?

E' un tenerissimo bimbo a cui serve il nostro aiuto.

Ecco il suo space 

 

www.scricciolo57.spaces.live.com

 

In questo nobile progetto ho contributo con tre poesie e un racconto.

 

Auguri, piccolo Fabio. Stammi bene.

 

Fabio Muroni e Pagine di Speranza. 

 

Vi invito a leggere la sua storia e...acquistare il libro.

 

Daniela Karewicz.

11月18日

La rondine smarrita.

 

La rondine smarrita.

 

La rondine smarrita

 

...sbiaditi ormai

i colori della terra mia.

Il pensiero del luogo natio

toglie il respiro,

tocca le più tenere corde

dell’animo

 di lacrime velato.

 

Appaiono visioni

  di nebbia argentea avvolte:

boschetti di betulle amate

papaveri nel grano immersi

...dolci suonano le musiche

dei tempi lontani.

 

Osservo

turbata

il volo migrante

della rondine smarrita...

potesse rifugiarsi in me.

 

Daniela Karewicz

11月5日

Ascoltare il Silenzio

 

 

Ascoltare il Silenzio.

 

  silenzio

 

Osservi la gente indaffarata

...per riposare

entra nei posti chiassosi.

 Grida, canta, alza il volume

pensa di esprimere così l’allegria.

Di notte

spalanca la casa

 per udire almeno un suono,

per fuggire da se stessa

 dalla solitudine

dal silenzio...

 

Chiudi dunque la finestra

 entra nei mondi sconosciuti. 

Chiudi la porta

  apri i cancelli dell’immaginazione.

Le parole sono inutili.

 

Incamminati verso il Silenzio,

 Musica della Vita.

ascolta il battito del Suo cuore...

 

Lo odi?

 

 

 

Daniela Karewicz

11月1日

Signora Vita

 

Signora Vita

 

 Signora Vita

Quanto prendi, Signora Vita,

quanto prendi per un istante

voglio comprare tutto il tuo tempo

quanto vuoi, eh, quanto!

 

Cosa ti diverte, Signora Vita

cosa ti occorre  per la festa

vuoi in regalo un momento

prendilo, dai, prendi!

 

Ti piace giocare, Signora Vita

goditi dunque quella giostra

mettiti in gara con l’ istante

corrigli dietro, vai, avanti!

 

Vorresti forse ballare?

Ti sfido quindi in un tango

gira , Signora Vita, salta

…nel ritmo del cuore danzante!

 

 

Daniela Karewicz

 
10月25日

Dla publiczności polskiej

 

Ze spektaklu "MUR"

 

 

Z okazji cyklu konferencji w rejonie Toscani,

 została przygotowana seria spektakli kulturalnych.

Niektóre moje teksty w języku włoskim

 zostały zaakceptowane przez komisję i brały udział w show. 

Autorem wiersza „Wojna”   „Guerra”,

przetłumaczonym i opracowanym przeze mnie w języku polskim,

 jest Tomasz Zielonka.

Kostiumy zostały zaprojektowane i zrealizowane przeze mnie

 i ja, wraz  z baletem, grałam rolę tej straszliwej wojny...

Wszystkie teksty były tłumaczone dla głuchoniemych.

 

Wojna.

 

 

Guerra

 

Nadeszła wściekła

w kutych żelazem buciorach

ciężkim spowita dymem

fetorem śmierci nasączona.

Krwią świeżą malowana,

głodna i katowana

by chciwe swe cielsko nasycić,

za życiem ugania.

  

Wojna

Przystaje czasem znużona,

taka niczyja.

Załosna.

Osierocona.

Guerra1

Z obliczem bliznami pociętym

milczy podstępnie, by

 fanatyczna i nieokiełznana

aroganckim przepychem błyszcząca

zabijać...

w tył głowy strzela

dzieci bezlitośnie męczy

ludzi  żywych grzebie

rannych bagnetem dobija.

 

Czasem jednak

i łzę bolesną utoczy

kromkę chleba i wody do ust poda

rany śmiertelne uleczy.

 

Dziwna ona, niezrozumiała.

Zatrwaźająca.

Chciana.

 
Snapshot(32) - Copia
 

Daniela Karewicz i Tomasz Zielonka.

 

Wyprawa w głąb siebie.

 

Essere 4

Dumam nad światem ze szczytu wzniosłego.

Obserwuję szlak mojej drogi...

delkatny wiatr zaciera wszelkie ślady.

Jestem tu,

odwieczny wędrowiec.

To

 co osiągnęłam w życiu

jest tym

co było wewnątrz mnie.

Ile drogi

aby dotrzeć do celu tak bliskiego

celu,

którym jestem

 Ja.

 

Chcę

trwać w tym wietrze

ciszy słuchać

wnikać w siebie.

Istnieć.

Nie trzeba więcej.

Wszystko jest tu

w głębi nas

scarb najcenniejszy.

 

Daniela Karewicz

 

10月15日

Dallo spettacolo "MURO"

 

In occasione di un evento è stato presentato uno spettacolo.

 Io ho dato lettura di due mie poesie che trascrivo.
Per la poesia "GUERRA" ho avuto anche il piacere

di confezionare il costume con cui mi sono esibita,
insieme al balletto, in una scena di guerra.
 
Le immagini sono state riprese in alcuni momenti dell'esibizione.

 

Guerra.

 

Guerra 

 

E’arrivata rabbiosa

con gli scarponi ferrati.

Da gravido fumo avvolta

ammorbata d’odor di bruciato.

Di piaghe sul volto

ornata.

Affamata!

 

A volte

tanto sola, di nessuno.

Stanca

perché... torturata.

Forte e ribelle

si rialza,

fanatica

orgogliosa.

 

Snapshot(34) - Copia
  

Un sussurrio pavido

racconta...

 

Sparava dietro la nuca,

i bambini con bastone colpiva.

Seppelliva i vivi

con la baionetta, le vite finiva.

 

A volte, pietosa,

guariva ferite mortali,

un pezzo di pane e acqua

ai dolenti offriva.

 

Strana, la guerra.

 Incompresa.

 Mortale.  Vitale.

 
Snapshot(32) - Copia
 
Guerra1
 

Traversata dell’Essere.

 

Essere 4

... in cima

a contemplare il mondo.

Osservo il vento

cancellare la scia del cammino.

Son quassù

  viandante senza tempo.

Ciò che ho raggiunto

è

 quanto era dentro di me.

Tanta strada

per raggiungere un luogo

così vicino...

un luogo che sono io.

Voglio

 restare nel vento

sentire il silenzio

guardare dentro...

l’Essere addentrare.

Non occorre altro.

Tutto è qui

dentro di noi,

il tesoro più grande...

 

Daniela Karewicz

 

10月7日

Attenti alle nonne!

 

In occasione della "Giornata dei nonni"

è stato presentato al Teatro

uno spettacolo con musiche, letture e menzione

di racconti e poesie di alcuni artisti toscani.

 

La nonna del mio racconto sembra insolita,

ma, credetemi, esiste.

 

 

Attenti alle nonne!

 

Attenti alle nonne!

 

 

E’ seduta silenziosa nel buio angolo della stanza, abbandonata da tutti.

Non è la posizione innaturale in cui è seduta,

nemmeno la flebo gigantesca che le buca il braccio,

quello che vi colpisce sono piuttosto gli occhi tristi e profondi,

 rassegnati, che sembravano ascoltare una musica lontana.
La  guardate incuriositi.

Non avete più la nonna e nessuna esperienza di trattare con gli anziani.

Non sapete che dirle...

Questa dimensione della vita è per voi  completamente nuova.

Vi avvicinate a lei e... vi guardate con una complicità che toglie respiro.

I suoi occhi infinitamente malinconici, si riempiono di lacrime.

 Istintivamente le stringete la mano e accarezzato il volto...

Pensate che questo gesto è l’unica cosa che

possa aiutare le anime lacerate dal dolore e dal pianto.

Queste lacrime sono le parole del silenzio,

si nascondono in un sorriso flebile e triste.

La scena vi mette un senso di disagio ulteriore,

volete andarvene, fuggire via.

E se voi da vecchi potreste diventare così, soli, dimenticati?

Il giorno dopo tornate a trovarla, il giorno dopo, ancora...

ormai è diventata un’abitudine.

Pian, piano i suoi occhi diventano più vivi, il sorriso  stende le rughe.

Non la vedete più così vecchia. Forse non lo è affatto.

Ascoltate volentieri i suoi ricordi, vi fanno tenerezza...

Tra le altre storie piuttosto bizzarre, credete inventate,

vi racconta che dopo aver fatto scomunicare dalla diocesi

un povero prete per averla aiutata,

 decise di andare in giro per il mondo assieme ai "mascalzoni latini".

Evviva i marinai, evviva i calciatori, evviva i toreri,

 tutti beccati mentre stava nelle spiagge di nudisti in Costa Azzurra,

 in Spagna durante una corrida, in Italia in barca a vela.

Povera nonnina, portiamola in giro.

...Vi trascina subito in un bar.

 Col bicchiere di limoncello in mano ed un enorme sigaro in bocca

 insulta il barista che la invitava a fumare fuori.

 Poi insiste di fare shopping...

un paio di jeans ed un meraviglioso top di cotone leggero

 enfatizzano  le sue curve.

Niente male, nonnina!

La dissuadete  con fatica a farsi il piercing al naso,

 e notate con stupore un tatuaggio sulla spalla sinistra.

La rosa dei venti.

In un pomeriggio durante la solita passeggiata nel parco

vi sorprende, recitando, contro il vento, le poesie di Pascoli. A memoria!

Vi dice di sfuggita che di lavoro faceva una cosa noiosa,

 ma di passioni ne aveva tante...

vi chiede anche di portarle un libro di qualche filosofo.

E quando vi aiuta a risolvere gravi problemi,

perché saggia, perché esperta della vita, perché vi ascolta…

 vi innamorate di lei...

Una sera vi invita ad un concerto.

Si è procurata i biglietti sull’internet dell’istituto,

 rivela con un misterioso sorriso.

Ma certo.

Credete si trattasse di musica classica. Niente affatto!

C'era il rischio di farla morire in mezzo alla calca, ma lei, superstar,

con improponibili occhiali specchiati,

 sale sul palco a gridare il suo indirizzo di posta elettronica...

Mentre chiunque si tappa le orecchie per salvaguardare i propri timpani,

 mica andate a recuperarla sparandola nuovamente nell'ospizio, no!

 Ve la ridete!

Poi, la portate a casa vostra.

 

Per farvi vivere...

 

Daniela Karewicz

9月27日

Lezione di poesia

 

Lezione di poesia.

 

Un giorno d’autunno gocciante

con luce negli occhi

capelli nel vento

un poeta appare...

in jeans

con la tracolla in plastica

di fantasiosi pensieri colma

travolge

 illumina

eleva.

 

Un giorno se ne va

su l ‘unicorno alato.

Spazia

nel suo fiabesco ignoto

per poi…

col ritmo delle parole

nella nostra mente arida

 tornare.

Rinasce

per  incantare di nuovo.

 

Daniela Karewicz

9月8日

Come una piuma

 
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Come una piuma

svolazzo senza sosta

inseguendo l’oltre,

sempre più in là

più in là...oltre …ancora.

Sorvolo l’infinito

senza pormi confini.

Dell’ampio mi soddisfo.

Del vasto mi compiaccio.

Dispersa nell’immane

conservo con vanto

l’indipendenza

della mia solitudine.

 

Come una piuma

alata del tutto

creo nell’immenso

la scia della libertà.

 

Daniela Karewicz