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    June 05

    RESPINGIMENTI

     

    Scacciati.

     

    Regnava primavera.

    E' la stagione in cui sbocciano i fiori

     e si dimenticano le preoccupazioni invernali.

    Tornavo dal lavoro a piedi e respiravo, compiaciuto,

     l‘aria profumata di lillà, quando,

    girato l’angolo della strada,

    mi imbattei  in uno strano scenario.

     Una lunga eterogenea  fila era davanti alla questura,

     fila di bronci  e  berretti colorati di tutte le etnie del mondo.

     Sotto l’arcata rimbombavano

    chiassosi litigi in lingue incomprensibili.

     All’entrata dell’ufficio emigrazione, che tremava di agitazione e caos,

    avevo scorto un robusto sorvegliante  che se la prendeva con un emigrante,

    piccolo e spaventato. 

    Capii che non voleva farlo entrare perché chiudevano.

    Il giovane non voleva arrendersi.

    Disperato cercava   di   intrufolarsi, agitando le braccia esili.

    Ad un certo punto il custode lo spinse

    con la forza dei suoi cento chili e il debole corpo,

    come un pupazzo, volò via attraverso la strada

    per finire ai miei piedi.

    Nero di rabbia, coprii di insulti  il sorvegliante

     e aiutai il ragazzo ad alzarsi.

    Dal suo naso usciva sangue

    e il braccio destro sembrava malconcio.

     Anche il sopracciglio aveva un taglio che cominciava a sanguinare.

    Tirai dalla tasca i fazzoletti di carta, giusto per tamponare le ferite.

     Lo presi sottobraccio e lo trascinai alla farmacia vicina.

     Per fortuna il taglio non era profondo

     e con i cerotti sul viso lo portai al bar accanto.

    Davanti ad un tè ed un enorme panino che avevo ordinato per lui,

    per la prima volta abbiamo scambiato una parola.

    -         Perché sei stato così insistente?

              Dovresti sapere che ad una certa ora gli uffici chiudono.

             Se non ci fossi stato io, quel mastino ti avrebbe massacrato - 

    dicevo con tono di rimprovero.

    -         Ti sembra, che se hai salvato un emigrante

    hai fatto una grande cosa?

    Non cambi mica niente con quel gesto. Comunque grazie. -

    Con forte stretta di mano scattò in piedi.

    -         Dove vai?-

    -         Di là... Ritorno. -

    -         Sei matto?-

    -         Devo riprendere il mio posto in fila,

    da quattro giorni e quattro notti sono là.

    Devo avere il permesso di soggiorno. –

    Uscì, lasciandomi consapevole

     della mia impotenza di cambiare il mondo. 

    Non tentai nemmeno di corrergli  dietro per fermarlo.

    Scossi solo le spalle.

     

    Daniela Karewicz

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