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July 21 RESPINGIMENTIIl viaggio.
Come un veliero in balia del vento scivolo nell’aria, libera e spensierata. Respiro un’inebriante leggerezza. Le immagini scorrono come in un film, lasciando dietro una scia di vibranti nostalgie...
Andare in gita in Francia accerchiati dal continuo incubo delle stesse facce mi dava l’impressione di non essermi mai mossa da Barberino. Questi giorni d’estate ondulati, dilatati dai venti, celavano nelle loro pieghe le sorprese continue. Folle colorate scorrevano sotto il sole incerto, in una baraonda chiassosa, in uno strascicare continuo di piedi, in un chiacchiericcio di decine di bocche brulicanti; camminate confuse lungo paradisiaci scogli dai graniti rosa, per le viuzze degli splendidi borghetti o dintorno la torre Eiffel. Così scorreva quel fiume, pieno di brusio, di occhiate incuriosite, spezzato dalle risa e dalle grida. Le feste e le cene presso le famiglie che ci ospitavano erano “stazioni” di leggerezza e spensieratezza. Mi incuriosiva il fatto che ai nostri amici francesi venivo presentata sottolineando che sono polacca. Ma nessuno chiedeva le mie origini! Ero lì, all’estero, inserita nel gruppo italiano e non vedevo la necessità di far notare in ogni situazione la mia... “diversità”? Da trent’anni sono cittadina italiana, da venti vivo a Barberino,
eppure...
Il momento più significativo di tutta la gita è stato il nostro ritorno. Alla stazione di Parigi mi è capitato uno scompartimento lontano dal gruppo. Mi trovavo finalmente da sola, staccata da tutti e da tutto. Osservavo dal finestrino una donna di colore avvolta nelle caratteristiche vesti africane. Il giallo vigoroso metteva in risalto ancora di più la floridezza del suo corpo. Aspettava qualcuno e in attesa, impaziente, sfogliava ogni tanto un taccuino scrivendoci qualcosa. Mi chiedevo, se sarebbe stata lei la mia compagna di cuccetta. Infatti, in breve mi sono trovata in sua compagnia e anche delle altre sue due connazionali. Lente e traballanti, con fatica trascinavano lungo i binari innumerevoli bagagli. Seppellita sotto le valige, borsoni e zaini, non riuscivo a muovermi. Piano, piano le donne si sono sistemate. Nel corridoio è rimasto ancora un paio di sacchi enormi e con crescente inquietudine mi domandavo come avremmo fatto a dormire? Il controllore mi guardava con pietosa preoccupazione e con, “meno male che non si sono presentate altre due persone”, mi ha promesso di cercarmi un'altra sistemazione. Le osservavo: visi in fiamme, gocce di sudore grondanti dappertutto. Una di loro, più anziana e più magra, abbracciava una pesante scatola di cartone di circa un metro per quaranta centimetri. Visibilmente provata, al mio tentativo di metterla a proprio agio, non reagiva. Tra i miei colleghi si è sparsa la clamorosa notizia della mia “sfortuna”. Davanti allo scompartimento sfilavano occhi lampeggianti di curiosità. “Che disgrazia, meno male che non è toccato a noi” mi compativano tutti. Fortemente divertiti, ci hanno scattato anche una foto e le donne sono state informate del fatto che nemmeno io sono un’italiana, ma polacca. Ma a loro interessava la nostra provenienza? Stanche e impegnate a ordinare i bagagli, hanno appena prestato attenzione agli “invasori”. “Lasciamo Parigi, ma prima di rientrare a casa, Burkina Faso, ci fermiamo a Roma per altri dieci giorni! Hanno risposto frettolosamente, togliendosi le ciabatte. Curiosa della loro vita, osservavo con attenzione le facce mature e gli occhi, astuti e intelligenti. Polsi, collo e caviglie erano ornati dai fantastici vezzi colorati e variopinti “turbanti” nascondevano le teste con treccine meticolosamente raccolte in una codina. Ogni tanto i nostri sguardi si incontravano e ci scambiavamo taciti segni d’intesa. I teneri sorrisi rivelavano la loro vera natura, gentile e disponibile. La più anziana, però, rimaneva sempre assente, passiva e spenta. Le lunghe rughe solcavano le guance bigie e una pesante felpa, anche se era un caldo soffocante, ricopriva la sua lunga tunica in fantasia bianco - celeste. Sistemate nelle cuccette, finalmente ci stavamo rilassando. Il treno scorreva nel buio ed io stavo in ascolto. Una lucina blu illuminava appena l’oscurità piena d’intricate fantasticherie. Quel silenzio notturno respirava i segreti oscuri che con terrore gridavano attorno ai questi angeli bruni, inquieti nei loro sogni. Lo spazio dello scompartimento si ampliava in un panorama di mondi misteriosi con strane dimore in argilla rossiccia della savana, maschere e statue simboliche, atroci riti religiosi. Il nero vetro della finestra rifletteva raccapriccianti scenari del mio laptop. *
La mattinata si tingeva dei colori di un’alba qualsiasi. In mezzo ai frammenti di un paesaggio immaginario, guardavo le donne destarsi dal sonno. Spuntavano pigramente tra le valige e sbadigliando al sole, strutturavano i loro esotici turbanti con complicati giri di un lungo drappo. Con culto staccavano con i denti pezzetti di strani bastoncini, masticandoli con immensa soddisfazione. L’unica che si è alzata era la più anziana, ma solo per riempire d’acqua, a metà, una piccola tanica di plastica trasparente. Nessuna di loro ha bevuto o mangiato qualcosa. Nessuna ha usato il bagno.
Lasciavo la mia avventura con lo zaino pieno di nuovi emozioni, futuri racconti in cui vedevo migrare dei popoli, le loro sofferenze e lotte. L’ultimo saluto è stato sfiorarsi con le mani. Mani che non avrebbe mai potuto scrivere frasi false o miserabili!
* ecco alcuni link che riportano le vicende delle donne del Burkina Faso.
Lascio a voi immaginare lo scopo del pellegrinaggio delle mie misteriose compagne del viaggio...
http://www.lettera22.it/showart.php?id=3511&rubrica=140
http://www.scontifacili.it/Storie_di_donne:_Burkina_Faso_2530.html
http://www.ecologiasociale.org/pg/dum_fem_burkina.html
http://www.aidos.it/ita/progetti/index.php?idPagina=12
Daniela Karewicz. Comments (1)
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